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Giuseppe Caliceti Il Giornale di Reggio 13.4.05


La storia del partigiano Azor

Nei mesi scorsi si è lungo parlato della storia del partigiano Azor. La cosa incredibile è questa: per sessant'anni non ne ha parlato quasi nessuno e nel giro di due mesi sono stati pubblicati su Simonazzi ben due libri. "Azor. La resistenza "incompiuta" di un comandante partigiano", scritto da Daniela Simonazzi – nipote di
"Azor" – per Age di Reggio Emilia (pp.126, euro 12) e il più distribuito e recensito "Sangue al bosco del Lupo", dello storico Massimo Storchi (Aliberti, pp.204, euro 15,90).

Due libri diversi, ma che a tratti si sovrappongono, narrando la storia dimenticata di un giovanissimo eppur esemplare capo partigiano di formazione cattolica. I fatti accertati: Mario Simonazzi "Azor" studia nel collegio annesso al seminario San Rocco dove conosce futuri compagni partigiani tra cui Giuseppe Dossetti; finirà ucciso da alcuni dei suoi stessi compagni partigiani alla vigilia della Liberazione.

Una domanda sorge spontanea.
Perché prima il silenzio e adesso addirittura due libri su un unico uomo e un'unica storia?

Per rispondere occorrerebbe riflettere e indagare a fondo sul rapporto tra Memoria e Identità, tra Memoria della Resistenza e della Liberazione e Scrittura, Narrazione, Linguaggio, Interpretazione, Giudizio Storico. Un terreno complesso e sempre insidioso.

Storchi, già presidente dell'Istituto per la storia della Resistenza di Reggio Emilia, comincia la sua attenta analisi e narrazione solo dal 1944, quando il dipendente delle "Officine Reggiane" Simonazzi diventa "Azor", passando in clandestinità. La nipote, invece, usufruendo anche di testimonianze orali "familiari", si addentra meno in valutazioni storiche e inizia una appassionata quanto scarna narrazione a partire dall'8 Settembre 1920: quando lo zio nacque ad Albinea, primogenito di una famiglia molto numerosa e molto religiosa.

Certo "Azor" Simonazzi è un "partigiano scomodo". Non tanto per la sua formazione cattolica, ma per la sua fine e il suo fermo opporsi alle degenerazioni dell'antifascismo, che, pur in un clima di "guerra civile", portarono anche a sporadiche forme di violenza gratuita e giustizie sommarie ormai pienamente accertate e pubblicizzate, a volte più degli stessi atti di abnegazione, coraggio e eroismo di tanti partigiani, - di gran lunga più numerosi, - che portarono alla Liberazione dalla dittatura del nazi-fascismo.

Personalmente, pur guardando i morti con la stessa pietà, sono contro ogni forma di Revisionismo Storico e/o Facile Pacificazione che metta sullo stesso piano il sangue di chi è morto per ottenere la Libertà e la Democrazia e quello di chi invece difendeva una Dittatura. E anche per questo recentemente sono rimasto stupito da alcuni giudizi che mi sono apparsi fin troppo entusiasti di Massimo Storchi nei confronti degli ultimi delicati best-seller dedicati alla Resistenza a un giornalista come Gianpaolo pansa, a volte fin troppo a caccia di scoop quando scrive libri.

Tuttavia, penso che scrivere un unico libro su "Azor", magari a quattro mani, da parte di due cittadini reggiani, avrebbe giovato non solo alla sua memoria, a entrambi i libri, ai loro autori, ma avrebbe anche evitato la nascita di possibili polemiche e facili strumentalizzazioni, sempre in agguato in questi ultimi anni. Non so come mai e perché questo non sia accaduto e mi dispiace che non sia potuto accadere. Non so neppure se sia stato almeno tentato o auspicato. Ma credo che a sessant'anni da quei fatti fosse un obiettivo possibile, raggiungibile, importante, dovuto.

Pubblicato il 13/4/2005 alle 21.16 nella rubrica Hanno scritto.

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