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Sandro Chesi La Libertà 5.3.05

Azor e il Solitario: la resistenza incompiuta
Cattolici nella resistenza
A margine dei due libri su Mario Simonazzi "Azor" - L'importanza di un profilo biografico completo per comprendere il personaggio e le sue idealità
Giovani vite iniquamente spezzate delle quali troppi vogliono non parlare

Non molti giorni fa il Corriere ha dedicato la sua pagina culturale a una vicenda resistenziale della nostra provincia, "rimossa fino ad oggi dalla storia ufficiale", con un bell'articolo di Sergio Luzzatto: Partigiani contro partigiani. Attingendo dal volume di Massimo Storchi Sangue al bosco del lupo, recentemente uscito, l'articolista rievoca la drammatica vicenda del comandante Azor (Mario Simonazzi) che il 21 marzo 1945 fu ucciso da partigiani comunisti con un colpo alla nuca e il cui corpo fu ritrovato solo nell'agosto successivo.

È un contributo prezioso per una visione più completa della Resistenza che, se conferma la sua motivazione essenziale come lotta per la riconquista della libertà, ha avuto, accanto a luci, anche ombre non piccole, soprattutto nelle nostre zone: il cosiddetto "triangolo della morte".

Opportunamente il Luzzatto ricorda che già nel dopoguerra la letteratura aveva incominciato con Fenoglio, Calvino, Cossola a "guardare da subito al lato più oscuro della luna partigiana: la guerra civile dentro la guerra civile". Nelle nostre zone, infatti, nelle brigate Garibaldi, che costituivano il grosso della formazione, l'idea predominante era la conquista del potere per instaurare la democrazia non come poi la disegnarono i nostri costituenti, ma come la concepiva l'ideologia marxista e cioè "democrazia popolare", copia fedele ed obbediente della dittatura sovietica.

Se certi partigiani furono uccisi dai loro capi, come il vecchio Blister dei Ventitré giorni della città di Alba di Fenoglio, perché avevano rubato oro e gioielli, ci fu anche chi fu eliminato perché non tollerava l'obiettivo ostentato da tutto il rosso delle brigate Garibaldi, propagandato dai commissari politici, sostenitori di esecuzioni sommarie anche di futuri possibili oppositori.

Proprio come qualcuno pensò di Azor che - come scrive Luzzatto - per nulla colpevole di reati comuni, ebbe il torto di aver voluto "combattere una sua Resistenza alla Robin Hood, con i compagni più fidati, cavalleresca piuttosto che feroce, militare molto più che politica", tanto che fu presto giudicato "pericoloso" per i futuri assetti.

Aspetti biografici fondamentali

E' peccato che a Luzzatto non sia giunto anche l'altro libro uscito una settimana prima di quello di Storchi e cioè: Azor. La resistenza incompiuta di un comandante partigiano di Daniela Simonazzi: una nipote che pur non avendo compiuto studi storici, ci ha però regalato una ricerca seria nel metodo, accurata ed esaustiva nel contenuto, abbracciando tutto l'arco della vita di Azor, mentre Storchi si è limitato al puro periodo partigiano.

Senza nulla togliere a quest'ultimo studio dell'ex presidente dell'Istoreco, i capitoli iniziali del lavoro della Simonazzi si rivelano di un’importanza fondamentale. Descrivendoci i luoghi della sua infanzia e adolescenza, l'ambiente familiare, la scuola, il lavoro, il servizio di leva del giovane Azor, l'autrice ci disegna indirettamente anche il ritratto interiore di questo ragazzo dallo sguardo serio, limpido e maturo più di quanto l'età comportasse, ritratto utilissimo per capire i comportamenti del comandante partigiano e le affinità "elettive" con alcuni suoi compagni di lotta, tra cui primo l'altrettanto limpido e intemerato "il Solitario": Giorgio Morelli.

La famiglia di Azor è povera, numerosa - sono sette fratelli viventi - e non sempre è facile mettere a tavola tante bocche. Lui è il più grande, è intelligente, può riuscire negli studi. La famiglia, religiosa, lo manda nel ginnasio del piccolo seminario San Giuseppe, aperto da un santo sacerdote, don Dino Torreggiani, per ragazzi per i quali il pagamento della retta è un problema. È situato nel mitico oratorio di San Rocco, nel cuore della città. San Rocco oggi dice poco ai reggiani, ma fino al '40 era l'oratorio ove confluivano numerosissimi ragazzi reggiani per ore di catechismo, di svago; era seminario; luogo di ospitalità per barboni; scuola e ritrovo per militari e tante altre cose.

Lì, oltre a don Dino, Azor conobbe Dossetti, che avrebbe poi ricontattato nel periodo resistenziale. Uscito da San Rocco voleva farsi missionario, ma gli eventi lo condussero su altre strade. Entrò con il padre e il fratello alle Reggiane Avio, ove raggiunse una notevole competenza nel settore dei motori di aviazione e dove la direzione lo rivolle, pur essendo stato chiamato a Roma per il servizio di leva. Ma anche alle Reggiane allacciò rapporti con persone eccezionali culturalmente e spiritualmente, come l'ing. Piani e l'ing. Alberto Toniolo, nipote del grande Toniolo dell'800 e dell'Opera dei Congressi. Nel frattempo fu delegato aspiranti in parrocchia, poi presidente della GIAC, in relazione con il centro e con il presidente diocesano Baldini, frequentatore di convegni e tre giorni, che lo radicarono nella fede, ne foggiarono una irreprensibile moralità, innestata in un carattere concreto, determinato nelle azioni, rispettoso del prossimo.

Due concezioni a confronto

Quando il pesante bombardamento dell'8 gennaio '44 colpì le Reggiane e alcune produzioni dovettero essere decentrate, si licenziò, e scelse la strada della montagna, dove immediatamente sentì l'urto con l'ambiente garibaldino e dei commissari politici. Sintomatica la sua affermazione: "L'indottrinamento marxista è più intenso delle esercitazioni militari".

Erano a confronto due concezioni dalla coesistenza difficile (ecco perché più tardi Carlo Orlandini diede vita alle Fiamme Verdi): da un lato il marxismo - leninismo, la lotta di classe, il perseguimento anche violento del potere; dall'altro la dottrina sociale della Chiesa, l'umanesimo di Maritain, il personalismo di Mounier.

Per cui Azor preferì subito ridiscendere in pianura, organizzare una squadra SAP nella sua zona, con idee precise, tra le quali quella di evitare il più possibile danni alle popolazioni - moltissimi lo conobbero e lo amarono - procurare armi e fondi per la lotta - fondi che riusciva a raccogliere più facilmente di altri per la stima di cui godeva - compiere azioni audaci ma ben circoscritte - e cercando sempre di evitare il più possibile spargimento di sangue anche "nemico" se non strettamente necessario, allergico sempre alla figura del "commissario".

Tutto ciò però - sorvolo sulle vicende che chi sarà interessato potrà leggere nei due libri, che consentiranno uno stimolante arricchimento e confronto tra due diversi modi di fare storia - portò il comando comunista - il commissario Eros in testa - dalla tentazione alla decisione: Azor era un alleato scomodo, perciò da eliminare, come avvenne appunto, il 21 marzo '45. Non se ne seppe più nulla fino all'agosto, come dicemmo.

Come lui furono eliminati due suoi amici che dovevano in un certo senso proteggergli le spalle (era stato avvertito dei pericoli interni cui si esponeva); uno, Paolo, ucciso prima di lui e l'altro, Aldo, dopo, il 21 aprile: di quest'ultimo non è più stato ritrovato il corpo.

Della sua scomparsa improvvisa si diedero motivazioni fasulle (è andato oltre le linee, è salito in montagna, è partito per una missione...) e ci fu anche chi cercò di incrinarne la figura morale parlando di "fondi" partigiani scomparsi (ma poi riapparsi).

Il Solitario: "Non odio nessuno"

La famiglia comunque, subito dopo il 21 marzo e ancor più dopo il 25 aprile, fece ricerche nelle quali svolse un ruolo di primo piano, altrettanto tragico, un'altra figura di giovane che non può non essere ricordato in questo sessantesimo della Resistenza: Giorgio Morelli, nome di battaglia "il Solitario". Morelli era già amico di paese, di Azione Cattolica; anche lui nato in una famiglia di solidi valori cristiani, figlio di un vecchio attivo membro del partito popolare sturziano; sono in sintonia piena di idee. Entrambi sono tra i fondatori, redattori del primo foglio resistenziale. I fogli tricolore, semplici ciclostilati diffusi da giovanissimi già nel settembre del '43. Morelli ha appena 17 anni, idealista, determinato come l'amico; ha il dono di una penna intelligente, agile, coinvolgente con la quale, quando vuole, sa toccare pure le corde della poesia. Non ha paura di nulla.

Sul finire della guerra quando la stagione dei Fogli tricolore si è fatta lontana, incomincia a scrivere con alcuni amici - in particolare Eugenio Corezzola ("Luciano Bellis") - un foglio clandestino: La penna, che diventa, dopo il numero del 24 agosto, La Nuova penna. Sulle sue colonne inizia la sua battaglia per smascherare gli assassini dell'amico Azor con una serie martellante di articoli. Scrive del ritrovamento del corpo, del funerale con più di tremila persone con "solo bandiere tricolori", delle denunce del padre contro ignoti - ben quattro - le quali scompaiono regolarmente dalla questura (riempita da Eros di poliziotti ex gappisti) e che ricompaiono miracolosamente dopo che il Solitario informa la popolazione delle carte scomparse con un manifesto affisso sui muri della città a cura della Brigata Fiamme Verdi. Insomma dall'ottobre al dicembre '45 è un martello: "Chi ha ucciso Azor?"; ma scrive anche di Aldo, di Paolo e di altri assassinati anche dopo la fine delle ostilità.

Viene espulso dall'ANPI con alcuni amici. Allora scrive a Eros: "...abbiamo semplicemente chiesto che tra i patrioti veri della Resistenza più non avessero a rimanere i delinquenti comuni, i ladri di professione, gli uomini dalle mani sporche di sangue innocente ...oggi hai tentato di bollarci con una espulsione. Eros questa è la tua confessione...".

Ma il 27 gennaio '46, di sera, gli spararono alle spalle sei colpi di rivoltella. Uno solo lo raggiunge, lo trapassa, lo porterà a morte l'anno seguente. Tra le ultime parole dette alla sorella che lo assiste - ricorda la Simonazzi - c'è la sua interiorità: "Sono tranquillo, so di essere in pace con gli uomini e con Dio, non odio nessuno".

Anche per questo sono morti

Quante altre cose vorrei scrivere di questi due splendidi ragazzi, ma lo spazio è tiranno. Ma non posso non dire perché ho scritto queste righe. Non per un qualche spirito di parte, o perché non sento gli ideali veri della Resistenza (a scanso di equivoci mio fratello fu medaglia di bronzo al valore della Resistenza): fu sacrosanta la battaglia per la libertà. Ma provo dolore: perché i giovani ignorano purtroppo queste tempre foscoliane (a egregie cose il forte animo accendono l'urne dei forti - scriveva il poeta - ), rischiando l'abbandono alla "dolce vita" di questi nostri troppo ricchi tempi; perché la Resistenza qualche volta viene esaltata con toni retorici, che finiscono per ignorarne i contenuti veri; perché non scompare dalla mia memoria l'orrore della guerra e ancor più della guerra civile.

Ma soprattutto perché penso a quelle giovani vite ingiustamente e iniquamente spezzate, di cui molti, troppi non vogliono parlare.

Ma se la libertà si chiama Libertà... parliamone noi, ricordiamoli noi, dato che ancor oggi c'è chi vuol tacere, sa e non parla, neppure in anonimo o pseudonimo. Ancor non molti anni e le generazioni che vissero quei tempi saranno scomparse.

I familiari di Azor, del Solitario e di Paolo hanno una tomba su cui porre un fiore: quelli di Aldo no (e potremmo parlare anche di altre "storie"). Perché davvero non contribuire alla pace e far pervenire un segnale, un'indicazione a chi ancora attende?

Anche per questo sono morti Azor, il Solitario e tutti coloro che Teresio Olivelli, nella sua famosa preghiera, definì "ribelli per amore".

Pubblicato il 8/3/2005 alle 18.4 nella rubrica Hanno scritto.

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