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Dott. Roberto Beretta L'Avvenire 2.3.04

REVISIONISMI
In due libri la vicenda di Mario Simonazzi, «censurata» per 60 anni Per lo storico Storchi fu un illuso che faceva scelte «intransigenti»

Partigiano Azor, la doppia verità

Lo «scomodo» vice-comandante cattolico emiliano fu eliminato dai comunisti alla vigilia della liberazione:non voleva ideologie e giustizie sommarie
Fu il modello di ciò che avrebbe potuto essere la Resistenza senza gli abusi delle violenze gratuite

Di Roberto Beretta

Avrebbe voluto fare il missionario, invece finì partigiano. E il nome di battaglia lo scelse sulle pagine del Vittorioso, il settimanale dei giovani cattolici: quello di un eroe africano a fumetti che collabora coi missionari per convertire la sua tribù. «Azor». Per sessant'anni non ne ha parlato quasi nessuno, adesso sono addirittura due i libri usciti in due mesi per Mario Simonazzi, vice-comandante partigiano di Reggio Emilia ucciso il 23 marzo 1945 da altri partigiani, che poi ne occultarono il corpo in un bosco. Eccone i titoli, in ordine d'apparizione: Azor. La Resistenza "incompiuta" di un comandante partigiano, scritto da Daniela Anna Simonazzi - nipote di «Azor» - per Age di Reggio Emilia (pp. 126, euro 12) e Sangue al bosco del Lupo dello storico Massimo Storchi (Aliberti, pp. 204, euro 15,90). I volumi si sovrappongono a tratti, narrando la storia dimenticata di un giovanissimo eppure esemplare capo partigiano: completo nella formazione militare, abile nei rapporti umani, integerrimo moralmente, instancabile nei suoi compiti. Nello stesso tempo, però, i due libri marcano una strana differenza d'interpretazione, la stessa - si direbbe - che segnala il divario esistente nella lettura della Resistenza tra cattolici e comunisti. Storchi - già presidente dell'Istituto per la storia della Resistenza di Reggio Emilia - comincia infatti l'analisi solo dal 1944, quando il dipendente delle «Officine Reggiane» Simonazzi diventa «Azor» passando in clandestinità. La nipote invece (e forse non solo grazie al possesso di testimonianze familiari) inizia dall'8 settembre 1920: quando lo zio nacque ad Albinea, primogenito di una famiglia molto numerosa e molto religiosa, e dalla sua formazione fortemente cattolica. Mario aveva studiato in un collegio annesso al seminario - il «San Rocco» - dove conobbe vari futuri compagni partigiani e anche Giuseppe Dossetti; che fu tra i pochissimi a interessarsi della sua sorte dopo l'improvvisa scomparsa. «Azor» insomma rappresenta un a visione poco frequentata della Resistenza, di cui i cattolici potrebbero persino vantare una certa primogenitura se già il 16 settembre 1943 (una settimana dopo l'armistizio, cioè, e molto prima di qualunque Cln) sotto le porte dei reggiani appaiono i «Fogli Tricolore»: ciclostilati patriottici, apolitici e naturalmente clandestini scritti e diffusi proprio da Simonazzi, Giorgio Morelli e altri pochi giovani che li stampavano col ciclostile fornito dal parroco del Duomo. Parentesi: Morelli diventerà poi «Il Solitario», un altro grande della Resistenza cattolica reggiana, un altro partigiano trucidato dai partigiani; morirà infatti nel 1947 per i postumi di un attentato subìto a causa dei suoi articoli «scomodi» sul periodico La Nuova Penna, tra cui l'inchiesta «Chi ha ucciso Azor?» . E ci saranno almeno due altri resistenti cattolici fatti fuori, a corredo della vicenda di «Azor». Massimo Storchi, molto preciso a collocare il suo lavoro tra i frastagliati contorni della Resistenza reggiana, induce però a interpretare il tentativo di Simonazzi come quello di un utopista, un «poeta che viveva fuori dalla realtà» - come scriverà di lui dopo la guerra il suo comandante partigiano. Perché? Beh, «Azor» rifiutava per esempio le requisizioni partigiane, compiute armi alla mano e spesso di notte da bande non sempre regolari; si ribellava alle azioni militari gratuite, che provocavano rappresaglie tra i civili - e non per niente la gente lo considerava un mito; vietava le esecuzioni sommarie (una volta si accontentò di fare una ramanzina ai soldati di Salò presi prigionieri, prima di rilasciarli); soprattutto era assolutamente contrario alla politicizzazione della lotta: «Liberiamo l'Italia, poi ci occuperemo dei partiti», era solito dire. E infatti nelle sue formazioni rifiutava il commissario politico, tipica funzione comunista. Certo che così «è Azor a essere fuori sintonia con l'orientamento generale degli eventi», scrive lo storico; sì, egli si muove «in pericolosa co ntrotendenza», la sua «scelta... intransigente diventa la più rischiosa», quasi cercasse «una Resistenza come, forse, non avrebbe mai potuto essere»... Ma non sta appunto qui la forza assoluta della sua figura, e del suo sacrificio? «Azor» era scomodo perché si oppose alla degenerazione dell'antifascismo, perché fu il modello di ciò che avrebbe potuto essere la Resistenza senza gli abusi cui l'abituarono spesso l'ideologia e la tattica interessata. Il tragico è che la sua scelta non dipendeva solo da scrupolo «morale», ma anche da un calcolo d'efficacia: come ben documenta il libro della nipote, e consente del resto Storchi. Andando infatti di persona a parlare con i possidenti della zona, rilasciando regolare ricevuta per il rimborso, garantendo che i loro beni non sarebbero più stati taglieggiati, «Azor» aveva conquistato la fiducia delle controparti e ottenuto da un industriale reggiano addirittura un milione di «tassazione partigiana»: cifra iperbolica per i tempi. Così come, ribellandosi agli sconfinamenti nella sua zona dei partigiani «di montagna», le formazioni garibaldine, Simonazzi non voleva garantirsi la tranquillità (come lo accusò un comandante comunista) bensì contrastare un preciso indirizzo del Pci ai suoi militanti affinché occupassero tutti gli spazi e i ruoli-chiave della Resistenza (lo lamenterà poi lo stesso Dossetti) per preparare la transizione al potere dopo la liberazione. Insomma, il dramma di «Azor» si colloca a cerniera (anche geografica) di una radicale dialettica ideologica e talvolta di un confronto militare - non si contano le intimidazioni delle formazioni "rosse" sui "bianchi" - tra forze partigiane: proprio l'aspetto che si cercò di cancellare con l'appiattimento retorico sull'«unitarietà» del Cln. Se ebbe un torto, «Azor», fu quello di essere troppo solo; ma forse preferì non coinvolgere altri perché sapeva di rischiare la vita. Come ha scritto Sereno Folloni, unico biografo di «Azor» prima dei libri odierni (nemmeno le 1000 pag ine della Storia della Resistenza Reggiana ne parlano...): «Si sa che questa posizione dei cattolici interna alla Resistenza fu una lotta dura e spesso perdente. Nei libri di storia questo non è che raramente accennato o più spesso volutamente dimenticato, anche se è stato uno dei grossi rischi personali di molti cattolici inseriti nella Resistenza».


Pubblicato il 7/3/2005 alle 16.42 nella rubrica Hanno scritto.

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