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Dai Fogli Tricolore alla Nuova Penna

Relazione agli Atti del Convegno

 

Ringrazio l’On. Otello Montanari per avermi invitata a partecipare al convegno “ Dai Fogli Tricolore a La Nuova Penna”. Tanto i “Fogli Tricolore” quanto “La Nuova Penna” rappresentano  due esperienze poco conosciute, ma indubbiamente importanti nella storia della nostra città.

Lei, Onorevole, ricordò mio zio, già nel ’95, quando ancora la vicenda era sconosciuta ai più, consegnando alla mia famiglia un attestato dedicato a Mario Simonazzi, “Azor”, quale “Divulgatore dei Fogli Tricolore”. La mia presenza oggi qui non ha valenza meramente simbolica, ma vuole, dunque, essere una testimonianza del profondo valore e della grande importanza di una memoria, quella di “Azor”,  custodita con cura per oltre sessant’anni.

Una storia legata alle emozioni e ai sentimenti, nel ricordo di un giovane che lasciò un segno indelebile nella sua famiglia, tra gli amici e la gente che incontrò nel percorso della sua breve e intensa vita. Parlare di lui è per me un onore, riconoscendo appieno il valore della lotta nella quale si spese fino alla morte, e mi piace farlo pensando non certo ai  suoi persecutori, quanto piuttosto per  ricordare la sua persona e il bene emerso dalla sua apparente sconfitta.   

Dai Fogli Tricolore a La Nuova Penna” è il percorso che racchiude la parabola storica della vicenda resistenziale di “Azor”, che lo vide  prima come  protagonista dei “Fogli Tricolore”, tra gli studenti divulgatori, e si concluse con “La Nuova Penna” attraverso gli articoli del “ Solitario” che denunciarono la sua uccisione. “Chi ha ucciso Azor”? era il titolo di inchieste  precise che costarono il ferimento allo stesso Giorgio Morelli in seguito alla pubblicazione dei primi tre articoli.

All’indomani dell’8 settembre  1943, i giovani che oggi ricordiamo scelsero di stare dalla parte di chi voleva la libertà (Libertà va cercando… continuerà ad essere il motto de “La Nuova Penna), intraprendendo per primi la battaglia contro il nazifascismo, regime che condizionò la loro vita di giovani e dal quale non si lasciarono dominare: per loro il baricentro rimaneva la fede in Dio e non nell’uomo. Se per molti la povertà, le ingiustizie e la paura subite durante il regime furono motivo di odio, di rancore e di ulteriori violenze, l’unicità di Eugenio, Giorgio e Mario, fu quella di rimanere se stessi, di continuare a  pensare con la propria testa, di preferire il dialogo alle armi. Come i loro coetanei della Rosa Bianca in Germania, diedero vita a questa coraggiosa iniziativa dei “Fogli Tricolore” che, da un lato aveva irritato le autorità della RSI, dall’altro incoraggiato la Resistenza. Presero a prestito il ciclostile da don Armando Montanari, parroco del Duomo di Reggio Emilia, ciclostile che servirà poi per la stesura del settimanale “La Penna”. Fu un’ iniziativa singolare, coraggiosa e tempestiva di giovani che avevano già idee molto chiare, in un  momento nel quale essere antifascisti non era così facile nè scontato. Molte persone fecero una scelta soltanto all’avvicinarsi della Liberazione, alcuni per convinzione altri  per convenienza.

Scelsero la lotta partigiana, non erano giovani che potevano stare a guardare, mio zio Mario, col nome di battaglia di “Azor”, formò la resistenza in collina e non volle più abbandonare le zone dove era  nato e cresciuto, anche quando la situazione diventò pericolosa . Ripeteva ai suoi uomini che avrebbero dovuto rendere conto delle proprie azioni alla fine della lotta; si riferiva alle esecuzioni sommarie, ai saccheggi, alle inutili violenze verso la popolazione. Certo questo suo ammonimento a fronte di tanto indottrinamento politico non poteva rappresentare un facile lasciapassare per lui. Venne ucciso nel marzo del ’45, pochi giorni prima dell’attacco a Villa Rossi, al quale Azor aveva contribuito sorvegliando la zona di competenza del suo comando, per rendere possibile un’azione da terra, anziché il bombardamento che avrebbe provocato maggiori danni. I suoi metodi di lotta che evitavano il più possibile spargimenti di sangue, la sua onestà e il suo essere“ democratico”, quando ancora la democrazia non era una realtà, lo resero troppo popolare, un avversario pericoloso in prospettiva di lungo periodo, la sua fede poi dava noia!

Il  25 aprile ’45,  Azor non fa ritorno, la madre davanti a casa aspetta e più le ore passano più si dispera.  Iniziarono i  depistaggi,  chi diceva che era  andato con gli alleati, che aveva varcato la linea gotica; poi si tentò di insinuare il dubbio che fosse stato ucciso dai fascisti. Di lui nessuna traccia fino all’agosto del ’45, quando una donna vede un corpo nel bosco del Lupo. È il cadavere di Azor, un colpo alla nuca le mani legate da filo di ferro… non ci sono più dubbi. Ai funerali, scrisse il Solitario su “La Nuova Penna, “…tremila persone e solo bandiere tricolori sulla bara…”.

Poi, la paura e, quindi, il silenzio. Interrotto, di tanto in tanto, dalla voce del Solitario che voleva verità per l’amico . Seguirono le minacce ripetute al padre di Azor che cercava giustizia per il figlio ucciso, quindi il processo. Uno dei più seguiti dall’opinione pubblica, parlano i quotidiani dell’epoca. Alla fine la sentenza. Giusta? Verità storica e verità processuale non sempre coincidono, a quei tempi, poi, nessuno osava testimoniare per paura. L’unica testimonianza fu quella di una donna, la signorina Poncemi, che con grande ingenuità ebbe il coraggio di raccontare la stessa precisa versione dei fatti anche a distanza di anni. Chi ha ucciso Azor? È un mistero ora difficile da districare anche a causa della sparizione degli atti processuali. Più evidenti sono, invece, le motivazioni del suo assassinio. Non tutti erano colpevoli della sua uccisione, ma non si può tacere sulle responsabilità che hanno reso possibile la sua eliminazione, a partire dai mandanti.

Una storia, quella di  “Azor”, caduta nell’oblio per sessant’anni, ignorata dalla storiografia ufficiale, le sole eccezioni a questa amnesia generale furono Sereno Folloni e Sandro Spreafico. Commemorazioni mancate, quindi, fino ad anni recenti, quando qualcuno cominciò a notare che quel cippo, voluto dagli amici, e fatto collocare dalla famiglia nel cortile della scuola elementare di Albinea nel ’95, perché era stata venduta la scuola di Montericco dove si trovava, (non per la caduta del muro di Berlino) era di un valoroso comandante partigiano e, anche se cattolico, certo un fiore lo meritava. Qualcuno ricorda la difficoltà dei cattolici nell’immediato dopoguerra per recarsi in chiesa il giorno della Messa, non si percorreva la via principale, si sceglievano i sentieri nascosti, per salire a Montericco si attraversava rio Groppo, per non farsi vedere.

Tempi difficili quindi, nei quali il silenzio diventò una necessità per tutelarsi e chi non lo rispettava e cercava di spezzare il clima di omertà, veniva minacciato pesantemente, come accadde a mio zio Lino. Per definire con una frase questi anni uso una citazione di  Corezzola “ La bufera era passata, ma era calata la nebbia”. Inizia quindi in anni più recenti il mio lavoro di ricerca per dar voce ad una storia che chiedeva con forza di essere raccontata, partendo proprio da quei fogli de “La Nuova Penna” che mia nonna teneva custoditi in soffitta nel baule dei ricordi di Mario, con divieto assoluto di guardarli, perché c’era paura, ma la mia curiosità era forte e fin da bambina cominciai a leggere quegli articoli di nascosto. Il titolo era inquietante e mi chiedevo cosa avesse fatto mio zio per meritare una fine così tragica.

Ho sempre sentito un debito di riconoscenza nei confronti del “Solitario” per le sue coraggiose denunce rimaste come testimonianza. Ho anche imparato ad accettare il silenzio che ha caratterizzato questi lunghi anni, cogliendone il valore che la mia famiglia ed altre hanno dato ad esso. Perdonarono da subito e capirono che non si doveva alimentare odio, permettendo così al paese di risollevarsi e ad una democrazia fragile di rafforzarsi. Oggi invece, a mio parere, le amnesie e gli imbarazzi non hanno più ragione di esistere.

Mi chiedo, quindi, se la nostra città decorata Medaglia d’oro della Resistenza sia stata equa nel ricordare il valore di ciascuno, a prescindere dalle bandiere che impugnarono nella lotta e che per Azor, Il Solitario e L.Bellis, furono sempre e soltanto tricolori: patrioti e partigiani per loro sono definizioni inscindibili.

La memoria di Eugenio, Giorgio e Mario è stata sempre custodita dalle famiglie, ma ora che le vicende si conoscono è giusto che la comunità, quindi la nostra città, si prenda cura anche di loro, senza irritazione o fastidio, non lo meriterebbero. Non esiste una memoria spontanea, la memoria deve creare luoghi destinati a durare al di là dell’esistenza. Pensiamo alla storia dei fratelli Cervi: sarebbe così viva se la città non l’avesse valorizzata?

Purtroppo in questi sessantatre anni il dibattito storico e culturale sui temi che oggi affrontiamo è stato all’insegna del giustificazionismo auto-assolutorio e patrimonio esclusivo di una parte. I contributi alla Liberazione sono stati diversi  e tutti importanti , dal ruolo degli alleati  a quello dei militari , le diverse formazioni partigiane, la componente cattolica, il clero e la popolazione civile. Ci vuole la sapienza di accogliere e di compiere quel miracolo, che fu della Resistenza, di unire tante componenti diverse. La gente è stanca di commemorazioni  retoriche dove la politica conta più della storia, non c’è  più voglia di assistere a contrapposizioni ideologiche. Il “25 aprile Solitario” di Tapignola, ha raccolto questa esigenza e ha spezzato la tradizione  recuperando le tradizioni: una giornata di festa iniziata con la S. Messa,  terminata col Rosario. Questo grazie alla sensibilità di Giovanni Lindo Ferretti, perché come spesso accade gli artisti, superando certe ottusità, anticipano. Come riuscire poi, a trasmettere ai giovani di oggi, ai quali abbiamo offerto un mondo spesso privo di valori , il messaggio di questi loro coetanei che abbandonarono la loro vita giovanile, lo studio, le fidanzate, gli amici e si spesero per ideali di  libertà, di giustizia, di pace, mettendo in conto anche di perdere la propria vita? Forse “il tempo ci sarà amico” per usare parole del Solitario.

La Nuova Penna”, che presto verrà ristampata in anastatica  per l’iniziativa, che ho subito condiviso, di Andrea Galli giornalista di Avvenire, ci racconta di questi giovani  luminosi ed eroici, protagonisti di una doppia resistenza. Fu l’iniziativa più battagliera che l’Emilia abbia avuto in campo pubblicitario, ebbe echi in Italia  e  all’estero, al punto che Eros era disposto a sopprimere il Garibaldino in cambio del silenzio de “La Penna”. Da qui la punizione di non riconoscere al Solitario e L.Bellis la meritata qualifica di partigiani e l’impedimento a quest’ultimo di far parte del CLN, perché direttore de “La Penna”, quando lo stesso Eros era direttore del “Volontario della Libertà” e membro del CLN. Del resto, per lui questa iniziativa rappresentò un duro colpo all’egemonia comunista.  Anche la base del mondo cattolico nutriva simpatie per “La Penna”, da Avvenire a Era Nuova, mentre Tempo Nostro non mancò di polemizzare.

In un primo momento, “La Penna” nacque come messaggio di libertà rivolto non solo ai combattenti, ma alla popolazione della montagna per ridare ad essa fiducia. Riprese poi ad uscire come periodico cattolico- liberale, non a caso, nell’agosto del ’45 , dopo il ritrovamento del corpo di Azor, a cui fecero seguito l’assassinio di Vischi ed altri tragici delitti. Pur esprimendo rispetto al “Volontario della Libertà” che questi giovani avevano riconosciuto come organo delle formazioni partigiane, Eugenio e Giorgio sostenevano che la vita civile, a loro parere, aveva esigenze ben diverse da quelle partigiane.

La loro polemica riguardava “l’unicità, l’accentramento, l’omologazione del pensiero a favore della molteplicità e della critica serena per il reciproco miglioramento”.

“Il nostro amore per la verità non ha colore” era il loro motto e lo spiega bene uno dei primi articoli del Solitario, che si firma Dano Vasiri nell’articolo “Clandestini ’46?

“Per dieci mesi nella clandestinità dell’oppressione fascista abbiamo fatto uscire un foglio che era il grido della nostra cospirazione…soli, senza aiuti… e l’abbiamo durata sino alla fine. Perché volevamo essere liberi! Ora continuiamo ancora, perché alla illegalità e alla violenza nere di ieri si sono sostituite le violenze rosse di oggi”.  

In uno dei primi interventi del 15 Aprile ’45, nell’articolo “GIUSTIZIA”  a firma Luciano (Corezzola), si chiede l’attuazione di una severa giustizia per i crimini del nazifascismo, altrimenti come avrebbero potuto con onestà denunciarne altri di diversa matrice?

Dopo i tre articoli “ Chi ha ucciso Azor?” e  l’attentato al Solitario, la denuncia dell’uccisione di don Iemmi: “Due garibaldini hanno assassinato un giovane prete partigiano”.

Nell’aprile il duro attacco ad Eros: “Eros, per chi suonerà la campana?"

Il loro lavoro d’informazione continua e spazia, tenendo fisso lo sguardo sull’Europa e sulla situazione di Trieste .

La difficoltà era anche quella di dover cambiare tipografia ogni volta: undici tra Reggio, Parma e Bologna, perché venivano sistematicamente devastate, la  tipografia Age che dopo sessant’anni ha avuto il merito di pubblicare il libro su Azor fu una di queste.

Nell’articolo“Bologna l’87° è arrivato primo”, si richiama alla memoria la presenza dell’esercito a fianco degli alleati. Lo stesso generale Clark considerò un privilegio l’avere avuto a fianco i fanti nel 15° gruppo d’armata.

Nella“Lettera a Piani” la posizione del gruppo de “La Penna” è chiara e si evince da queste parole “Noi siamo giovani e quindi più radicali. Abbiamo combattuto per lunghi mesi sulle montagne e certo non per giungere alla odierna situazione. Un regime democratico dove si ha timore di prendere posizione, di criticare a viso aperto non è affatto democratico,la gravità della situazione nella nostra provincia è seria. Stillare il buon senso goccia a goccia da un recipiente senza fondo è opera inutile…noi non ne avremmo la pazienza”.

L’invito di Bellis ad agire con la propria coscienza e pensare con la propria testa lo troviamo nell’articolo “Di nuovo al bivio” dove emerge chiaro il concetto che le scelte di campo non sono terminate con la Liberazione.

La Nuova Penna” dedicò ampio spazio alla cultura: il Solitario era appassionato di teatro e di musica classica, fu lui ad organizzare i primi concerti dei f.lli Borciani al circolo Casino di Reggio. Non mancano poi la satira, rubriche come “Microscopio” alla ricerca di notizie curiose. Nelle “Barzellette” si legge: “con la nuova aria di Liberazione sono fioriti anche i partigiani: 8100 smobilitati finora. Chissà che paura avrebbero avuto i nazifascisti se avessero saputo che…eravamo tanti”.

“Cercate la politica troverete gli assassini” è la  dura constatazione che non si possa scindere delitto e politica “è vano che essi dopo avere indirizzato su tale strada la mentalità della massa si proclamino innocenti ed estranei a ciò che avviene”, come si può negare, ad esempio, la responsabilità di avere creato “il clima” che portò al verificarsi di esecrabili delitti? .

Nell’ “Epurato” emerge il rispetto per chi fu incapace di fare la scelta giusta sostenendo che “non si può obbligare un uomo ad essere un eroe”.

Poi la forte denuncia “A Roma hanno paura di noi” : 3000 cadaveri nascosti nella foibe del reggiano. “Di chi la colpa? Chi ha veramente denigrato il movimento partigiano? La Penna o le loro azioni? Non potremo far tacere la nostra voce con la stessa facilità con la quale hanno fatto tacere la voce della loro coscienza”. Segue la pubblicazione delle fosse con l’elenco paese per paese.

Il prefetto dopo un anno e mezzo di campagna de “La Penna” fece scoprire la fossa di Campagnola.

Togliatti giustificherà quei fatti dicendo: “I delitti dell’Emilia sono una conseguenza del passaggio di eserciti stranieri liberatori”, forse da qui la mancanza di riconoscenza degli italiani nei confronti degli alleati?

Certo quella intrapresa da Bellis e Il Solitario fu una battaglia con molti ostacoli, i processi che  subirono per querele misero in luce la loro tenacia e l’ intelligenza. Nella “Faccenda del cuoio” dove venivano accusati di falso, G.Morelli  prese la parola  rinunciando alla difesa e sostenendo di avere scritto la verità, spiazzò un avvocato di grido come Giotto Bonini .

Corezzola e Morelli diventarono dei veri collaboratori della giustizia a fianco di famiglie lasciate sole e di avvocati che si trovavano, a loro volta, a dover combattere in un clima non facile.

 

Corezzola, alla morte di G. Morelli, abbandonò la battaglia intrapresa con il suo gruppo di coraggiosi, lasciando uno splendido ricordo del Solitario nell’ultimo numero de “La Penna” . Con molta amarezza dovette constatare che spesso gli assassini fossero non solo liberi, ma eroi.  

Nel ’66 uscì un suo interessantissimo libro sul caso Vischi “La balilla del direttore”, emblematico di come le vicende reggiane avessero dinamiche complesse a lui già molto chiare, lo dedicò al Solitario. Seguirono altre pubblicazioni quasi sconosciute una di queste “Politica e Resistenza nel Ducato Rosso”.

 

Poi, per Corezzola, l’inevitabile emarginazione e la solitudine. Un prezzo da pagare, per chi fu protagonista  di un “Chi sa, parli” ante litteram, ne sa qualcosa Otello Montanari.

Corezzola concluse uno dei suoi ultimi libri con parole amare che sembrano cucite addosso agli amici di tante battaglie:

 

Gli eroi sono stanchi,

in verità gli eroi non possono mai essere stanchi.

Essi continuano a combattere,

anche se soli, 

anche se traditi alle spalle,

anche se la vittoria non arriderà loro,

essi non possono stancarsi:

possono solo morire.

 

Se questi giovani eroi si fossero allineati al pensiero dominante, sarebbero oggi tra noi a ricevere il giusto riconoscimento per il contributo dato alla nascita della democrazia. Ci consola pensare che nel Regno dei Cieli avranno posti d’onore. Con questo convegno, colmiamo un vuoto di umana gratitudine e chiediamo loro di perdonarci il lungo ritardo.

 

 

Daniela Anna Simonazzi,

Reggio Emilia, 10.05.2008 

 

Pubblicato il 10/5/2008 alle 23.19 nella rubrica Diario.

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