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  AZOR La Resistenza "incompiuta" di un comandante partigiano
 
Diario
 


Simonazzi Daniela Anna
AZOR
La Resistenza "incompiuta"
di un comandante partigiano



AGE editrice- Reggio Emilia, 2004


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21 aprile 2012

Giovanni Lindo Ferretti - UN 25 APRILE SOLITARIO Tapignola 2012




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10 maggio 2008

Dai Fogli Tricolore alla Nuova Penna

Relazione agli Atti del Convegno

 

Ringrazio l’On. Otello Montanari per avermi invitata a partecipare al convegno “ Dai Fogli Tricolore a La Nuova Penna”. Tanto i “Fogli Tricolore” quanto “La Nuova Penna” rappresentano  due esperienze poco conosciute, ma indubbiamente importanti nella storia della nostra città.

Lei, Onorevole, ricordò mio zio, già nel ’95, quando ancora la vicenda era sconosciuta ai più, consegnando alla mia famiglia un attestato dedicato a Mario Simonazzi, “Azor”, quale “Divulgatore dei Fogli Tricolore”. La mia presenza oggi qui non ha valenza meramente simbolica, ma vuole, dunque, essere una testimonianza del profondo valore e della grande importanza di una memoria, quella di “Azor”,  custodita con cura per oltre sessant’anni.

Una storia legata alle emozioni e ai sentimenti, nel ricordo di un giovane che lasciò un segno indelebile nella sua famiglia, tra gli amici e la gente che incontrò nel percorso della sua breve e intensa vita. Parlare di lui è per me un onore, riconoscendo appieno il valore della lotta nella quale si spese fino alla morte, e mi piace farlo pensando non certo ai  suoi persecutori, quanto piuttosto per  ricordare la sua persona e il bene emerso dalla sua apparente sconfitta.   

Dai Fogli Tricolore a La Nuova Penna” è il percorso che racchiude la parabola storica della vicenda resistenziale di “Azor”, che lo vide  prima come  protagonista dei “Fogli Tricolore”, tra gli studenti divulgatori, e si concluse con “La Nuova Penna” attraverso gli articoli del “ Solitario” che denunciarono la sua uccisione. “Chi ha ucciso Azor”? era il titolo di inchieste  precise che costarono il ferimento allo stesso Giorgio Morelli in seguito alla pubblicazione dei primi tre articoli.

All’indomani dell’8 settembre  1943, i giovani che oggi ricordiamo scelsero di stare dalla parte di chi voleva la libertà (Libertà va cercando… continuerà ad essere il motto de “La Nuova Penna), intraprendendo per primi la battaglia contro il nazifascismo, regime che condizionò la loro vita di giovani e dal quale non si lasciarono dominare: per loro il baricentro rimaneva la fede in Dio e non nell’uomo. Se per molti la povertà, le ingiustizie e la paura subite durante il regime furono motivo di odio, di rancore e di ulteriori violenze, l’unicità di Eugenio, Giorgio e Mario, fu quella di rimanere se stessi, di continuare a  pensare con la propria testa, di preferire il dialogo alle armi. Come i loro coetanei della Rosa Bianca in Germania, diedero vita a questa coraggiosa iniziativa dei “Fogli Tricolore” che, da un lato aveva irritato le autorità della RSI, dall’altro incoraggiato la Resistenza. Presero a prestito il ciclostile da don Armando Montanari, parroco del Duomo di Reggio Emilia, ciclostile che servirà poi per la stesura del settimanale “La Penna”. Fu un’ iniziativa singolare, coraggiosa e tempestiva di giovani che avevano già idee molto chiare, in un  momento nel quale essere antifascisti non era così facile nè scontato. Molte persone fecero una scelta soltanto all’avvicinarsi della Liberazione, alcuni per convinzione altri  per convenienza.

Scelsero la lotta partigiana, non erano giovani che potevano stare a guardare, mio zio Mario, col nome di battaglia di “Azor”, formò la resistenza in collina e non volle più abbandonare le zone dove era  nato e cresciuto, anche quando la situazione diventò pericolosa . Ripeteva ai suoi uomini che avrebbero dovuto rendere conto delle proprie azioni alla fine della lotta; si riferiva alle esecuzioni sommarie, ai saccheggi, alle inutili violenze verso la popolazione. Certo questo suo ammonimento a fronte di tanto indottrinamento politico non poteva rappresentare un facile lasciapassare per lui. Venne ucciso nel marzo del ’45, pochi giorni prima dell’attacco a Villa Rossi, al quale Azor aveva contribuito sorvegliando la zona di competenza del suo comando, per rendere possibile un’azione da terra, anziché il bombardamento che avrebbe provocato maggiori danni. I suoi metodi di lotta che evitavano il più possibile spargimenti di sangue, la sua onestà e il suo essere“ democratico”, quando ancora la democrazia non era una realtà, lo resero troppo popolare, un avversario pericoloso in prospettiva di lungo periodo, la sua fede poi dava noia!

Il  25 aprile ’45,  Azor non fa ritorno, la madre davanti a casa aspetta e più le ore passano più si dispera.  Iniziarono i  depistaggi,  chi diceva che era  andato con gli alleati, che aveva varcato la linea gotica; poi si tentò di insinuare il dubbio che fosse stato ucciso dai fascisti. Di lui nessuna traccia fino all’agosto del ’45, quando una donna vede un corpo nel bosco del Lupo. È il cadavere di Azor, un colpo alla nuca le mani legate da filo di ferro… non ci sono più dubbi. Ai funerali, scrisse il Solitario su “La Nuova Penna, “…tremila persone e solo bandiere tricolori sulla bara…”.

Poi, la paura e, quindi, il silenzio. Interrotto, di tanto in tanto, dalla voce del Solitario che voleva verità per l’amico . Seguirono le minacce ripetute al padre di Azor che cercava giustizia per il figlio ucciso, quindi il processo. Uno dei più seguiti dall’opinione pubblica, parlano i quotidiani dell’epoca. Alla fine la sentenza. Giusta? Verità storica e verità processuale non sempre coincidono, a quei tempi, poi, nessuno osava testimoniare per paura. L’unica testimonianza fu quella di una donna, la signorina Poncemi, che con grande ingenuità ebbe il coraggio di raccontare la stessa precisa versione dei fatti anche a distanza di anni. Chi ha ucciso Azor? È un mistero ora difficile da districare anche a causa della sparizione degli atti processuali. Più evidenti sono, invece, le motivazioni del suo assassinio. Non tutti erano colpevoli della sua uccisione, ma non si può tacere sulle responsabilità che hanno reso possibile la sua eliminazione, a partire dai mandanti.

Una storia, quella di  “Azor”, caduta nell’oblio per sessant’anni, ignorata dalla storiografia ufficiale, le sole eccezioni a questa amnesia generale furono Sereno Folloni e Sandro Spreafico. Commemorazioni mancate, quindi, fino ad anni recenti, quando qualcuno cominciò a notare che quel cippo, voluto dagli amici, e fatto collocare dalla famiglia nel cortile della scuola elementare di Albinea nel ’95, perché era stata venduta la scuola di Montericco dove si trovava, (non per la caduta del muro di Berlino) era di un valoroso comandante partigiano e, anche se cattolico, certo un fiore lo meritava. Qualcuno ricorda la difficoltà dei cattolici nell’immediato dopoguerra per recarsi in chiesa il giorno della Messa, non si percorreva la via principale, si sceglievano i sentieri nascosti, per salire a Montericco si attraversava rio Groppo, per non farsi vedere.

Tempi difficili quindi, nei quali il silenzio diventò una necessità per tutelarsi e chi non lo rispettava e cercava di spezzare il clima di omertà, veniva minacciato pesantemente, come accadde a mio zio Lino. Per definire con una frase questi anni uso una citazione di  Corezzola “ La bufera era passata, ma era calata la nebbia”. Inizia quindi in anni più recenti il mio lavoro di ricerca per dar voce ad una storia che chiedeva con forza di essere raccontata, partendo proprio da quei fogli de “La Nuova Penna” che mia nonna teneva custoditi in soffitta nel baule dei ricordi di Mario, con divieto assoluto di guardarli, perché c’era paura, ma la mia curiosità era forte e fin da bambina cominciai a leggere quegli articoli di nascosto. Il titolo era inquietante e mi chiedevo cosa avesse fatto mio zio per meritare una fine così tragica.

Ho sempre sentito un debito di riconoscenza nei confronti del “Solitario” per le sue coraggiose denunce rimaste come testimonianza. Ho anche imparato ad accettare il silenzio che ha caratterizzato questi lunghi anni, cogliendone il valore che la mia famiglia ed altre hanno dato ad esso. Perdonarono da subito e capirono che non si doveva alimentare odio, permettendo così al paese di risollevarsi e ad una democrazia fragile di rafforzarsi. Oggi invece, a mio parere, le amnesie e gli imbarazzi non hanno più ragione di esistere.

Mi chiedo, quindi, se la nostra città decorata Medaglia d’oro della Resistenza sia stata equa nel ricordare il valore di ciascuno, a prescindere dalle bandiere che impugnarono nella lotta e che per Azor, Il Solitario e L.Bellis, furono sempre e soltanto tricolori: patrioti e partigiani per loro sono definizioni inscindibili.

La memoria di Eugenio, Giorgio e Mario è stata sempre custodita dalle famiglie, ma ora che le vicende si conoscono è giusto che la comunità, quindi la nostra città, si prenda cura anche di loro, senza irritazione o fastidio, non lo meriterebbero. Non esiste una memoria spontanea, la memoria deve creare luoghi destinati a durare al di là dell’esistenza. Pensiamo alla storia dei fratelli Cervi: sarebbe così viva se la città non l’avesse valorizzata?

Purtroppo in questi sessantatre anni il dibattito storico e culturale sui temi che oggi affrontiamo è stato all’insegna del giustificazionismo auto-assolutorio e patrimonio esclusivo di una parte. I contributi alla Liberazione sono stati diversi  e tutti importanti , dal ruolo degli alleati  a quello dei militari , le diverse formazioni partigiane, la componente cattolica, il clero e la popolazione civile. Ci vuole la sapienza di accogliere e di compiere quel miracolo, che fu della Resistenza, di unire tante componenti diverse. La gente è stanca di commemorazioni  retoriche dove la politica conta più della storia, non c’è  più voglia di assistere a contrapposizioni ideologiche. Il “25 aprile Solitario” di Tapignola, ha raccolto questa esigenza e ha spezzato la tradizione  recuperando le tradizioni: una giornata di festa iniziata con la S. Messa,  terminata col Rosario. Questo grazie alla sensibilità di Giovanni Lindo Ferretti, perché come spesso accade gli artisti, superando certe ottusità, anticipano. Come riuscire poi, a trasmettere ai giovani di oggi, ai quali abbiamo offerto un mondo spesso privo di valori , il messaggio di questi loro coetanei che abbandonarono la loro vita giovanile, lo studio, le fidanzate, gli amici e si spesero per ideali di  libertà, di giustizia, di pace, mettendo in conto anche di perdere la propria vita? Forse “il tempo ci sarà amico” per usare parole del Solitario.

La Nuova Penna”, che presto verrà ristampata in anastatica  per l’iniziativa, che ho subito condiviso, di Andrea Galli giornalista di Avvenire, ci racconta di questi giovani  luminosi ed eroici, protagonisti di una doppia resistenza. Fu l’iniziativa più battagliera che l’Emilia abbia avuto in campo pubblicitario, ebbe echi in Italia  e  all’estero, al punto che Eros era disposto a sopprimere il Garibaldino in cambio del silenzio de “La Penna”. Da qui la punizione di non riconoscere al Solitario e L.Bellis la meritata qualifica di partigiani e l’impedimento a quest’ultimo di far parte del CLN, perché direttore de “La Penna”, quando lo stesso Eros era direttore del “Volontario della Libertà” e membro del CLN. Del resto, per lui questa iniziativa rappresentò un duro colpo all’egemonia comunista.  Anche la base del mondo cattolico nutriva simpatie per “La Penna”, da Avvenire a Era Nuova, mentre Tempo Nostro non mancò di polemizzare.

In un primo momento, “La Penna” nacque come messaggio di libertà rivolto non solo ai combattenti, ma alla popolazione della montagna per ridare ad essa fiducia. Riprese poi ad uscire come periodico cattolico- liberale, non a caso, nell’agosto del ’45 , dopo il ritrovamento del corpo di Azor, a cui fecero seguito l’assassinio di Vischi ed altri tragici delitti. Pur esprimendo rispetto al “Volontario della Libertà” che questi giovani avevano riconosciuto come organo delle formazioni partigiane, Eugenio e Giorgio sostenevano che la vita civile, a loro parere, aveva esigenze ben diverse da quelle partigiane.

La loro polemica riguardava “l’unicità, l’accentramento, l’omologazione del pensiero a favore della molteplicità e della critica serena per il reciproco miglioramento”.

“Il nostro amore per la verità non ha colore” era il loro motto e lo spiega bene uno dei primi articoli del Solitario, che si firma Dano Vasiri nell’articolo “Clandestini ’46?

“Per dieci mesi nella clandestinità dell’oppressione fascista abbiamo fatto uscire un foglio che era il grido della nostra cospirazione…soli, senza aiuti… e l’abbiamo durata sino alla fine. Perché volevamo essere liberi! Ora continuiamo ancora, perché alla illegalità e alla violenza nere di ieri si sono sostituite le violenze rosse di oggi”.  

In uno dei primi interventi del 15 Aprile ’45, nell’articolo “GIUSTIZIA”  a firma Luciano (Corezzola), si chiede l’attuazione di una severa giustizia per i crimini del nazifascismo, altrimenti come avrebbero potuto con onestà denunciarne altri di diversa matrice?

Dopo i tre articoli “ Chi ha ucciso Azor?” e  l’attentato al Solitario, la denuncia dell’uccisione di don Iemmi: “Due garibaldini hanno assassinato un giovane prete partigiano”.

Nell’aprile il duro attacco ad Eros: “Eros, per chi suonerà la campana?"

Il loro lavoro d’informazione continua e spazia, tenendo fisso lo sguardo sull’Europa e sulla situazione di Trieste .

La difficoltà era anche quella di dover cambiare tipografia ogni volta: undici tra Reggio, Parma e Bologna, perché venivano sistematicamente devastate, la  tipografia Age che dopo sessant’anni ha avuto il merito di pubblicare il libro su Azor fu una di queste.

Nell’articolo“Bologna l’87° è arrivato primo”, si richiama alla memoria la presenza dell’esercito a fianco degli alleati. Lo stesso generale Clark considerò un privilegio l’avere avuto a fianco i fanti nel 15° gruppo d’armata.

Nella“Lettera a Piani” la posizione del gruppo de “La Penna” è chiara e si evince da queste parole “Noi siamo giovani e quindi più radicali. Abbiamo combattuto per lunghi mesi sulle montagne e certo non per giungere alla odierna situazione. Un regime democratico dove si ha timore di prendere posizione, di criticare a viso aperto non è affatto democratico,la gravità della situazione nella nostra provincia è seria. Stillare il buon senso goccia a goccia da un recipiente senza fondo è opera inutile…noi non ne avremmo la pazienza”.

L’invito di Bellis ad agire con la propria coscienza e pensare con la propria testa lo troviamo nell’articolo “Di nuovo al bivio” dove emerge chiaro il concetto che le scelte di campo non sono terminate con la Liberazione.

La Nuova Penna” dedicò ampio spazio alla cultura: il Solitario era appassionato di teatro e di musica classica, fu lui ad organizzare i primi concerti dei f.lli Borciani al circolo Casino di Reggio. Non mancano poi la satira, rubriche come “Microscopio” alla ricerca di notizie curiose. Nelle “Barzellette” si legge: “con la nuova aria di Liberazione sono fioriti anche i partigiani: 8100 smobilitati finora. Chissà che paura avrebbero avuto i nazifascisti se avessero saputo che…eravamo tanti”.

“Cercate la politica troverete gli assassini” è la  dura constatazione che non si possa scindere delitto e politica “è vano che essi dopo avere indirizzato su tale strada la mentalità della massa si proclamino innocenti ed estranei a ciò che avviene”, come si può negare, ad esempio, la responsabilità di avere creato “il clima” che portò al verificarsi di esecrabili delitti? .

Nell’ “Epurato” emerge il rispetto per chi fu incapace di fare la scelta giusta sostenendo che “non si può obbligare un uomo ad essere un eroe”.

Poi la forte denuncia “A Roma hanno paura di noi” : 3000 cadaveri nascosti nella foibe del reggiano. “Di chi la colpa? Chi ha veramente denigrato il movimento partigiano? La Penna o le loro azioni? Non potremo far tacere la nostra voce con la stessa facilità con la quale hanno fatto tacere la voce della loro coscienza”. Segue la pubblicazione delle fosse con l’elenco paese per paese.

Il prefetto dopo un anno e mezzo di campagna de “La Penna” fece scoprire la fossa di Campagnola.

Togliatti giustificherà quei fatti dicendo: “I delitti dell’Emilia sono una conseguenza del passaggio di eserciti stranieri liberatori”, forse da qui la mancanza di riconoscenza degli italiani nei confronti degli alleati?

Certo quella intrapresa da Bellis e Il Solitario fu una battaglia con molti ostacoli, i processi che  subirono per querele misero in luce la loro tenacia e l’ intelligenza. Nella “Faccenda del cuoio” dove venivano accusati di falso, G.Morelli  prese la parola  rinunciando alla difesa e sostenendo di avere scritto la verità, spiazzò un avvocato di grido come Giotto Bonini .

Corezzola e Morelli diventarono dei veri collaboratori della giustizia a fianco di famiglie lasciate sole e di avvocati che si trovavano, a loro volta, a dover combattere in un clima non facile.

 

Corezzola, alla morte di G. Morelli, abbandonò la battaglia intrapresa con il suo gruppo di coraggiosi, lasciando uno splendido ricordo del Solitario nell’ultimo numero de “La Penna” . Con molta amarezza dovette constatare che spesso gli assassini fossero non solo liberi, ma eroi.  

Nel ’66 uscì un suo interessantissimo libro sul caso Vischi “La balilla del direttore”, emblematico di come le vicende reggiane avessero dinamiche complesse a lui già molto chiare, lo dedicò al Solitario. Seguirono altre pubblicazioni quasi sconosciute una di queste “Politica e Resistenza nel Ducato Rosso”.

 

Poi, per Corezzola, l’inevitabile emarginazione e la solitudine. Un prezzo da pagare, per chi fu protagonista  di un “Chi sa, parli” ante litteram, ne sa qualcosa Otello Montanari.

Corezzola concluse uno dei suoi ultimi libri con parole amare che sembrano cucite addosso agli amici di tante battaglie:

 

Gli eroi sono stanchi,

in verità gli eroi non possono mai essere stanchi.

Essi continuano a combattere,

anche se soli, 

anche se traditi alle spalle,

anche se la vittoria non arriderà loro,

essi non possono stancarsi:

possono solo morire.

 

Se questi giovani eroi si fossero allineati al pensiero dominante, sarebbero oggi tra noi a ricevere il giusto riconoscimento per il contributo dato alla nascita della democrazia. Ci consola pensare che nel Regno dei Cieli avranno posti d’onore. Con questo convegno, colmiamo un vuoto di umana gratitudine e chiediamo loro di perdonarci il lungo ritardo.

 

 

Daniela Anna Simonazzi,

Reggio Emilia, 10.05.2008 

 


10 agosto 2007

ricordando Giorgio Morelli

Il Carlino Reggio
Il Giornale di Reggio
L'Informazione
9 Agosto 2007

Il 9 agosto 1947  Giorgio Morelli “Il Solitario”moriva in un letto di ospedale ad Arco di Trento in seguito ai postumi di un attentato . Uno dei protagonisti “cattolici” della Resistenza reggiana terminava così, a 21 anni , la sua battaglia per la libertà.   Chi ha partecipato il 25 aprile a Tapignola alla giornata in ricordo del Solitario , primo partigiano ad entrare in Reggio liberata, ha percepito la differenza  che animava giovani come lui che non si sono lasciati contaminare dal male  subìto sotto l’oppressione della dittatura, ma che hanno sempre scelto la via del bene e della libertà da qualsiasi ideologia. Sul suo diario qualche giorno prima di lasciarci scriveva:  “non mi spaventa la morte. Mi è amica poiché da tempo l’ho sentita vicina. Nell’istante prima del mio tramonto , mi prenderebbe una sola nostalgia: quella di aver poco donato. Oggi la mia confessione ultima sarebbe questa; l’odio non è mai stato ospite della mia casa. Ho creduto in Dio, perché la sua fede è stata la sola ed unica forza che mi ha sorretto”.  Chiese poi  di essere sepolto senza sfarzo nella pace di un cimitero di montagna.

Una vita spesa per gli altri quella del Solitario, eppure il suo timore, congedandosi dal mondo, in pace con tutti, è stato quello di non avere fatto abbastanza. Una  lezione di umiltà  che fa emergere ancora di più la sua grandezza.

Un insegnamento che  pochi hanno colto, credo invece che proprio l’umiltà sarebbe una preziosa alleata nel difficile percorso di ricostruzione della nostra storia,  dove  emerge la presunzione  di ritenersi ognuno depositario di una verità assoluta . In altri paesi dell’Europa si sta seguendo la via della cooperazione per saldare i difficili conti col passato mettendo a confronto gli ambienti della ricerca, gli intellettuali, i politici, per mettere a fuoco  personaggi e avvenimenti  della storia mai raccontati. È una via che bisogna percorrere con maturità  spogliandosi dall’arroganza delle certezze per mettersi in ascolto reciproco attraverso un civile dibattito.

Se guardiamo come si affronta nella nostra città il tema della Resistenza e del dopoguerra verrebbe da dire che siamo ancora molto lontani da simili percorsi. Purtroppo quello che si avverte è: la chiusura degli istituti storici convinti che la loro sia una scienza esatta che può bastare a se stessa , l’indifferenza delle istituzioni nell’affrontare il discorso nel suo complesso, la strumentalizzazione da parte di alcuni politici più attenti al consenso che al bene delle famiglie lasciate sole per anni a cercare un po’ di giustizia. Eppure Il Solitario  cominciò subito la sua opera di riscatto morale  scuotendo le coscienze attraverso i suoi coraggiosi articoli su La Nuova Penna,  nei quali denunciava i delitti che infangavano il nome della Resistenza  e sosteneva che: “bisognava uscire dal ritenere che essi fossero dovuti a casi sporadici, ad arbitrarie iniziative personali per ammettere invece l’esistenza di un più vasto piano preordinato”.

Saremo in grado di superare le barriere ideologiche per riflettere serenamente sulla nostra storia che deve essere trasmessa ai giovani come i nostri padri l’hanno vissuta, senza offuscare il valore della loro lotta, senza confondere le parti, ma guardando in faccia la realtà?

È una sfida che forse pochi sono disposti ad accettare,  ma solo così riusciremo a vivere il presente con più realismo e a saldare un debito di riconoscenza nei confronti di giovani come Il Solitario e tanti altri . C’è chi sostiene che questa pagina di storia dovrebbe essere chiusa per poter parlare d’altro, ma come si fa a parlare di Costituzione ai giovani senza parlare di Resistenza? Se la città di Reggio , medaglia d’oro della Resistenza, commemora  giustamente i fratelli  Cervi , perché dimenticare il Solitario?

Oggi, nel sessantesimo della morte, per chi vuole ricordare Giorgio Morelli con gratitudine  bastano le sue parole:

“alla mia memoria renderete omaggio se sarete anche voi come me sempre uomini nella coscienza sempre giovani nel cuore”.

 

Daniela Anna Simonazzi





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15 aprile 2007

un 25 aprile Solitario

un 25 aprile Solitario

 

E’, questo nostro, un tempo di mutamenti che procedono per piccole scosse ed assestamenti determinati, nel profondo, dalla necessità di verità. Senza verità la libertà non è che una forma più o meno conveniente di servitù.

E’ un tempo difficile da raccontare. Bisognerebbe farne scarna cronaca, alla maniera medioevale, snocciolando accadimenti personali e vicende minute.

Raccontare, in questo caso, di Tapignola in un gelido sole d’inverno; dei borghi arrocati ai campanili che, da sempre, reggono bufere e tormente; di casolari in cui, giorno dopo giorno, si sgrana il Santo Rosario per i vivi e i morti mentre tra le colline intorno s’alza la nebbia e cala la sera.

 

“alzo i miei occhi ai monti e chiedo:

da dove verrà l’aiuto per me?

Il mio aiuto viene dal Signore

Creatore del cielo e della terra”

 

Ci sono tra di noi, ho avuto la fortuna di conoscerle, persone come Daniela Simonazzi e Maria Teresa Morelli che, solo lasciando trasparire il proprio dolore, la necessità di attraversarlo per ricucire la propria storia in memoria vivente, generazione su generazione, svelano la menzogna che ci avvolge. Noi involontari complici. Raccontano dei nostri eroi sconosciuti o dimenticati, giovani e giovanissimi cattolici che pur essendo tra i primi, non molti, insorti contro il nazifascismo non hanno trovato spazio tra i sovraffollati ranghi dei vincitori.

A Giorgio Morelli è stato negato anche il certificato di partigiano combattente ed era “il Solitario” una delle figure più belle della Resistenza reggiana.

A Mario Simonazzi, il valoroso comandante Azor, è andata peggio: scomparve durante la Pasqua del 1945, a pochi giorni dalla Liberazione, tra bocche cucite e accenni di calunnie. Qualcuno li ha arruolati tra i vinti ed è stato l’ultimo indicibile dolore per le  famiglie, l’ultima menzogna.

E poi i nostri sacerdoti uccisi prima e dopo, dagli uni e dagli altri. Uccisi perché sacerdoti in comunità comunque abusate da chi è tanto fiero e succube della propria miseria ideologica da voler rifare l’uomo e il mondo a propria immagine e somiglianza e ogni mondo nuovo comincia e finisce sempre in una fossa scavata lì per lì ad occultare un cadavere o in grandi fosse progettate ed eseguite scientificamente.

Quando anche a distanza di decenni, anche solo per un attimo, ci si affaccia su quell’abisso di odio per l’uomo non si può non essere colti da vertigine.

 

All’imbrunire del 3 agosto 1945 nei boschi tra Montericco e Vezzano, in località Lupo, una donna che sta raccogliendo legna trova un cadavere a marcire nel fango. Un piccolo foro nella nuca. E’ Mario Simonazzi, di Montericco, 24 anni, nome di battaglia Azor, vice comandante della 76a brigata SAP. I familiari e gli amici partigiani lo stavano cercando da quattro mesi. Chi ha ucciso Azor?

Il Solitario, Giorgio Morelli, comincia la sua ricerca, cerca la verità. E’ stato giovanissimo partigiano in città, al tempo dei “fogli tricolore”, prima di salire in montagna ed è il primo a rientrare in divisa, un fazzoletto tricolore al collo, nella Liberazione. Il Solitario è un uomo libero, non ha avuto paura di fascisti e nazisti; sa che la verità è come l’ortica: chi la sfiora ne è punto, bisogna afferrarla saldamente e non temere il bruciore.

Il 27 gennaio 1946 mentre rincasa, a Borzano, due ombre nella nebbia gli scaricano un caricatore addosso. Lo colpiscono 3 colpi di pistola su 6: uno alla spalla, due di striscio al braccio e al fianco sinistro. Lo si vedrà passeggiare per Reggio con l’impermeabile sforacchiato: non gli manca il coraggio, merce rara nei giorni dell’odio in cui cala una spessa coltre di caligine e crescono le vittime innocenti dell’ultima ora.

Chi ha ucciso don Jemmi? Menozzi Anselmo “Paolo”? Don Luigi Ilariucci? Giuseppe Verderi?…….Don Pessina è il decimo prete ucciso in un anno, la quinta vittima del giugno 1946. Il Solitario muore il 9 agosto 1947, a 21 anni, dopo mesi di sofferenze a conseguenza dell’attentato subito. Fino alla fine continua la sua ricerca della verità. E’ un uomo libero, non odia nessuno, perdona i suoi assassini e in pace con Dio e con gli uomini chiede solo di essere sepolto in montagna. Ci lascia un dono prezioso, un piccolo giornale mensile uscito dal ’45 al ’47, quattro numeri a ciclostile, in clandestinità, e dopo la liberazione 25 numeri a stampa: La Penna -La nuova Penna.

Cambiò 11 tipografie: la reggiana A.G.E. fu devasta, tre edizioni furono distrutte durante la distribuzione, una intera edizione fu prelevata e bruciata in una piazza di Bologna ma fu ristampata a Modena, una tipografia di Parma, interna a un convento, subì atti di sabotaggio e altre tipografie furono minacciate ma un pugno di giovani partigiani cattolici cresciuti nella lotta al nazifascismo, senza mezzi, senza direttive e legami politici offrirono alla città e al Paese la più coraggiosa e intraprendente manifestazione di libertà del cuore e dello spirito. Libertà di stampa?

 

E’ tra le montagne che lo hanno visto giovane partigiano, a 60 anni dalla sua morte, che vogliamo ricordare il Solitario nel giorno della Liberazione.

Con lui vogliamo ricordare il comandate Azor, i nostri giovani eroi della Libertà, i nostri sacerdoti che l’hanno difesa prima e dopo.

Le famiglie montanare che hanno accolto, sfamato, protetto, i giovani partigiani e molte ci hanno rimesso tutto ma erano dimenticate prima e sono state dimenticate poi.

                                                                                                            G.L. Ferretti         

 

 

 

 

A.D. 2007 Chiesa di Tapignola, Villa Minozzo

un 25 aprile Solitario

in pace, in festa

                            ore 11.30            Santa Messa

ore 13.00            pranzo al sacco e gnocco fritto

ore 15,30            letture, canzoni, musica

ore 18.00            Santo Rosario

 

Dopo decenni di omertà, menzogne, di commemorazioni sempre più distratte e stanche, un silenzo raccolto ci pare la miglior compagnia perché possa continuare a fiorire tra gli uomini quella coscienza di libertà nella verità.

 

 

 

                                                        Giovanni Lindo Ferretti

Carlo Losi

Daniela Simonazzi

Maria Teresa Morelli




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31 maggio 2006

Luca Pignataro Storia & Identità maggio 2006

In coincidenza col sessantunesimo anniversario della conclusione della guerra di liberazione, sta mostrando sempre più crepe l’interpretazione che la vuole frutto unicamente di un movimento rivoluzionario contro un generico «fascismo», parola in cui si pretende di riassumere tutti gli aspetti sociali e istituzionali della nazione italiana non riconducibili alle categorie «progressive» delle sopravviventi ideologie moderne e quindi identificati come «reazionari»; quel  movimento rivoluzionario sarebbe stato canalizzato ed espresso al massimo dalle strutture del Partito Comunista, cui, quasi per una ineluttabilità storica, sarebbe spettato il primato nella lotta che si combattè tra il 1943 e il 1945 e un ruolo determinante nella nascita di una «nuova» Italia democratica e repubblicana.

Questa interpretazione, in realtà, escludeva dalla scena di quanto accadde in quei drammatici anni tutta un’amplissima porzione della società, quella che non si riconosceva nei sogni di un utopico rinnovamento sociale da realizzare a ogni costo, anche con la forza, eliminando tutto ciò che potesse rappresentare un legame forte col passato, in primis la religione cattolica. Anche fra i combattenti della guerra di liberazione, dunque, vi furono non pochi i quali la vissero da «patrioti» piuttosto che da «partigiani», quale guerra per la libertà della patria comune dall’oppressione straniera e dalla dittatura interna, non certo per insediarne una nuova di stampo sovietico, e che erano mossi, nel loro agire personale, da una marcata religiosità. Tali personaggi non mancarono anche in quelle zone ove massiccia era la presenza comunista, come l’Emilia.

Fu questo il caso di Mario Simonazzi, il partigiano «Azor», su cui, dopo un silenzio pluridecennale e non casuale, fa ora luce una biografia sobria e pacata scritta dalla nipote Daniela, non storica di professione, ma autrice ugualmente di un pregevole e meritorio lavoro di ricerca, svolto consultando archivi privati e pubblici e interpellando i testimoni ancora viventi. Oltre alla memoria familiare, il fatto che precedentemente nessuno storico si fosse preso la briga di indagare su questa figura, spiega ulteriormente lo zelo della Simonazzi.

Mario Simonazzi nacque nel 1920 da una famiglia povera della campagna reggiana — il padre era falegname — e crebbe a contatto di istituzioni religiose quali la parrocchia, un collegio in cui frequentò il ginnasio, l’Azione Cattolica, cui continuò ad appartenere con impegno. Era l’Azione Cattolica di Pio XI (1922-1939) e di Luigi Gedda (1902-2000), quella guardata con diffidenza dal regime fascista per il suo ruolo alternativo nella formazione dei giovani e che, pur lontana dal costituire un partito politico, sarebbe stata la fucina di buona parte della classe dirigente italiana dopo il 1945. Il giovane Simonazzi fu assunto dalle Officine Reggiane e dovette alternare quel lavoro con i periodi in cui fu chiamato sotto le armi, in Aeronautica, dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Durante il servizio militare, il suo zelo e la sua coscienziosità furono più volte lodati dai superiori. La preparazione così acquisita gli tornò assai utile dopo l’8 settembre 1943, allorché, senza esitazione, scelse di darsi alla macchia per combattere contro l’occupante tedesco e il fascismo repubblicano, valendosi di una rete di relazioni e dell’amicizia con Giorgio Morelli (1926-1947) — nome di battaglia «il Solitario» —, un altro giovane cattolico reggiano col quale iniziò la redazione dei I Fogli Tricolore, una pubblicazione clandestina che apparve quando ancora non esisteva un movimento resistenziale organizzato in Reggio Emilia e provincia. La linea di apoliticità che li caratterizzava, finalizzata all’unico scopo di liberare l’Italia dalla dittatura, si mantenne anche di fronte al brusco impatto  con la realtà delle bande partigiane sull’Appennino, caratterizzate da atteggiamenti di indisciplina e brutalità accompagnati dall’ostentazione degli ideali rivoluzionari comunisti. Fu per questo che «Azor» — nome di battaglia scelto da Simonazzi e tratto dal nome di un personaggio del giornale cattolico per ragazzi Il Vittorioso — tornò in pianura ove organizzò molti uomini di cui fu riconosciuto capo, inquadrati nelle Squadre di Azione Patriottica (Sap).

La sua condotta delle operazioni belliche, col fine di evitare ritorsioni nazifasciste sulla popolazione civile, nonché la sua abilità nell’ottenere finanziamenti senza ricorrere a sistemi illeciti, se da un lato gli procurarono una grande popolarità, dall’altro gli causarono l’ostilità di molti esponenti comunisti dei Gruppi di Azione Partigiana (Gap), i quali assunsero nei suoi riguardi un atteggiamento di diffidenza e sfiducia anche in previsione del dopoguerra. Nei primi mesi del 1945, dunque, prima un suo collaboratore fidato e poi «Azor» stesso scomparvero — il vice-comandante partigiano fu ucciso il 23 marzo 1945 da altri partigiani, che poi ne occultarono il corpo in un bosco — e un clima di intimidazione accompagnò la scoperta del loro assassinio, grazie al ritrovamento dei cadaveri a Liberazione avvenuta. La famiglia Simonazzi non ottenne nulla dalla Questura cui si era rivolta perché indagasse, mentre l’unico che pubblicamente osava incalzare i capi comunisti affinché rivelassero tutto quello che sapevano dell’omicidio fu Morelli «il Solitario», ricavandone un attentato, le cui conseguenze gli avrebbero prematuramente stroncato la vita. Alcuni anni dopo, qualcuno affermò di conoscere gli assassini, ex partigiani, alcuni dei quali dopo l’arresto furono fatti fuggire clandestinamente in Cecoslovacchia, ma i successivi processi non avrebbero fatto piena luce.

Malgrado il perdono cristianamente accordato dai suoi familiari agli assassini rimasti ignoti, «Azor» non venne mai commemorato neanche nell’ambito delle strutture ufficiali della Chiesa reggiana, e francamente me ne sfugge il motivo. Non stupisce, viceversa, che solo in seguito alle ricerche della Simonazzi uno storico locale «ufficiale» abbia scritto un altro libro, nel quale si cerca di ridimensionare la figura di «Azor», presentandolo come un idealista che non aveva ben compreso la reale natura della lotta di liberazione e che forse sarebbe stato ucciso a scopo di rapina.  La realtà è ben più complessa e proprio la reticenza sin qui mostrata, per esempio, dalle organizzazioni partigiane vicine al partito comunista ne è prova.

Una figura come quella di «Azor», un giovane di estrazione sociale modesta, ma di viva fede cattolica e di sincero animo patriottico, non collima con l’immagine del partigiano che ci è stata tramandata da certa retorica. Di più: l’immagine della Resistenza che oggi è ancora corrente, risente del travisamento operato intorno al 1968, allorquando si è gabellato per «resistenza» tutto ciò che mirava ad abbattere la società tradizionale, definita spregiativamente e impropriamente  «borghese», con la sua etica e i suoi costumi reputati «repressivi» dai seguaci di una miscela di marxismo e di psicanalisi male assimilati. Non si vede, francamente, perché certi ambienti giovanili quali, per esempio, quelli dei cosiddetti «centri sociali», sarebbero i continuatori della Resistenza, quasi che i giovani partigiani del 1943-1945 fossero alfieri della droga libera e disprezzassero le responsabilità e le gioie connesse ai legami sociali e familiari.

«Azor» va associato ad altre belle figure di partigiani cattolici, come Teresio Olivelli (1916-1945) e Gino Pistoni (1924-1944), che non lottarono per odio né per distruggere, ma per amore e per ricostruire l’Italia al di sopra di ogni fazione, e lo riteniamo degno, oltre che di quella memoria storica che dovrebbe essere imparziale, di essere mostrato come esempio ai giovani, così come era nell’intento dei suoi amici che eressero un cippo commemorativo nel cortile di una scuola elementare. In certi ambienti, la cui influenza sembra spesso preponderante, è consueto affermare che l’Italia, per diventare un Paese «civile», avrebbe dovuto sbarazzarsi della religione cattolica e dare «compimento» alla Resistenza; mi sembra che persone come Mario Simonazzi smentiscano con la loro vita e la loro morte la verità della prima affermazione e facciano rimpiangere che non siano state loro a dare pieno compimento alla lotta di liberazione.

Luca Pignataro
[20.4.2006]




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22 febbraio 2006

Il Giornale di Reggio 29 gennaio 2006


 

Il 29 gennaio 1926 nasceva  Giorgio Morelli “Il Solitario” , una figura esemplare della nostra Resistenza , il primo ad entrare in Reggio liberata con il tricolore al collo e gli occhi luccicanti di commozione .  Raffinato e  coraggioso giornalista  ha  creduto fino all’ ultimo giorno della sua vita  nella libertà e nella giustizia tra gli uomini.

Fu tra i primi ad impegnarsi nella lotta contro il nazifascismo attraverso la pubblicazione dei “Fogli Tricolore”, ciclostilati  che circolavano clandestinamente  in città già  dal settembre ’43 e rappresentavano un’audace controinformazione rispetto alla stampa fascista .

Lo ricordiamo per la tenacia e la fermezza che lo fecero diventare il  giornalista di spicco de  La Nuova Penna” .

“Chi legge i suoi articoli conosce lui”  scriverà la redazione dopo la sua morte prematura avvenuta a seguito di un attentato  la vigilia del suo ventesimo compleanno, sessant’anni fa.

Stava scrivendo una serie di articoli per far luce sull’uccisione dell’amico “Azor”.

Questa intimidazione però non fermò la sua battaglia per la verità . Continuò a scrivere articoli di denuncia, l’ “Inchiesta sui delitti”,  dove chiedeva giustizia per le uccisioni che stavano infangando il nome della Resistenza.

Dopo il caso Azor si occupò delle vicende di: don Iemmi , Vischi, don Pessina, Farri, Ferioli, Lasagni, Menozzi, Cipriani, Verderi, Montanari, don Ilariucci…

Sollecitò per primo un “Chi sa parli” per far luce sui  motivi dei delitti e perchè si ritrovassero i corpi delle vittime, con l’unico scopo di difendere i valori che avevano animato la Resistenza.

Credeva poi nell’arte e nella cultura come strumento di crescita morale ed umana : il teatro e la musica erano le sue passioni . Dopo la rappresentazione de la “ Piccola Città” di Wilder, interpretata da Valli , Cavicchioni e Degani scrisse: “…è stato un tentativo o l’inizio di un vero risveglio dell’arte? S’è cominciato col teatro ma si deve continuare col cinema e con la letteratura . A tutti i costi…”

Benedetto XVI nel suo messaggio ai giornalisti ha sottolineato che: “la comunicazione autentica esige coraggio e risolutezza”, questo ci dice quanto moderna ed attuale  sia l’impronta che Giorgio ha lasciato . La sua fede e la sua coerenza cristiana lo hanno sostenuto nel promuovere la pace da vero protagonista  .  Prima di morire lanciò il suo ultimo messaggio  : “ So di essere in pace con gli uomini e con Dio. Non odio nessuno”. Poi  chiese di essere sepolto senza sfarzo nella quiete di un  cimitero di montagna  umile e  solitario,  com’era lui .

“Il Solitario sarà sempre fra noi” scrissero gli amici . Ancora oggi chiunque può cogliere l’eredità morale e il valore umano che il Solitario ha saputo trasmettere con tanta forza e  coraggio .

 
 Grazie Giorgio.

 

Daniela Anna Simonazzi




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18 agosto 2005



http://azor.ilcannocchiale.it/
La Resistenza "incompiuta" di un comandante partigiano

ne hanno scritto

9   gennaio 05           L’Informazione
11 gennaio 05          Il Giornale di Reggio
15 gennaio 05          La Libertà
16 gennaio 05          Il Resto del Carlino
20 gennaio 05          Il Giornale di reggio
21 gennaio 05          Emilianet
21 gennaio 05          La Gazzetta di Reggio
22 gennaio 05          La Libertà
22 gennaio 05          L’Informazione
26 gennaio 05          Emilianet
26 gennaio 05          Il Giornale di Reggio
26 gennaio 05          L’Informazione
28 gennaio 05          La Gazzetta di Reggio
28 gennaio 05          L’Informazione
02 marzo    05           L’Avvenire
05 marzo    05           La Libertà
     aprile     05           Tuttomontagna
10 aprile     05           Emilianet
12 aprile     05           Il Giornale di Reggio
15 aprile     05           Reporter
     aprile    05            Notiziario ANPI RE
     aprile    05             Ricerche storiche 99
22 aprile     05           Liberazione  
    maggio   05          Quaderni Storici Sarzanesi
   giugno    05          Reggio Storia 107
4 agosto   05           Il Giornale
maggio     06           Storia e Identità


 


 


   



 

                                                                                                Il Comandante Azor

         



 




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18 agosto 2005

Giovanni Lindo Ferretti. Falce e Martello. Prima Nazionale Correggio25.4.05

Mario Simonazzi, il comandante Azor, antifascista partigiano cattolico, combattente ogni totalitarismo, aveva scelto per tetto il cielo, per letto la terra e a testimone Iddio.

Non è tornato a casa tra le colline di Albinea che lo avevano visto nascere e crescere, che amava e conosceva come le sue tasche.

Da giovane comandante partigiano viaggiava di casolare in casolare su verso la montagna, benvoluto per l’onestà, l’intelligenza, le capacità, la nobiltà d’animo.

E’ stato ucciso a ventiquattr’anni, a pochi giorni dalla liberazione. Un delitto in economia, quasi rituale,un po’ di fil di ferro e una pallottola come animale al macello, quando si dice il valore della fede, della famiglia.

Solo grazie a Daniela, una nipote che non ha potuto conoscere ma che gli vuol bene, la sua storia non è morta come la sua giovane vita in una indifferenza coltivata nella paura o nell’odio.

Purtroppo quando finì di infuriare la bufera calò la nebbia, molte le ombre nell’oscurità. Nel gennaio 1946, sei pallottole malcentrate porteranno comunque alla morte Giorgio Morelli che non ha paura. E’ un giovane partigiano insorto a diciassette anni contro il nazifascismo. E’ un vincitore, nobile d’animo, assetato di libertà e giustizia con uno stupendo nome di battaglia “Il Solitario”.

Il sangue dei vincitori riproduce all’infinito un sospetto che cresce invece di essere risolto.Più aumenta la retorica, più aumenta l’imbarazzo: che non diventi vergogna.

La Resistenza è il fondamento della nostra democrazia, è la nostra libertà, un lascito pagato col sangue dei vincitori. Lo sguardo che ci lega in eterno a loro deve essere sereno e finalmente in pace. Pacificato e non abusato.




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