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  AZOR La Resistenza "incompiuta" di un comandante partigiano
 
Diario
 


Simonazzi Daniela Anna
AZOR
La Resistenza "incompiuta"
di un comandante partigiano



AGE editrice- Reggio Emilia, 2004


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17 luglio 2005

Yuri Torri e Pietro Gentili Quaderni Storici Sarzanesi maggio 2005

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Un ragazzo di nome Mario e un partigiano di nome Azor.

Il libro di Daniela Anna Simonazzi[1].

 

(a cura di Yuri Torri e Pietro Gentili)

 

Mario Simonazzi, classe 1920, nacque a Borzano da una famiglia povera, capace comunque di affrontare le ristrettezze sempre con una certa serenità, confortata da una fede profonda. Mario, ai più noto come Azor, valoroso comandante partigiano della IV zona: la collina reggiana da Rivalta a Montericco, da Codemondo a Borzano...

Mario Simonazzi, Azor, venne assassinato. Così recita il cippo eretto in sua memoria dagli amici nel cortile delle scuole elementari di Albinea.

L’omicidio avvenne nel marzo  del ‘45. E nonostante ci sia stato un processo nei primi anni ’50 che portò all’individuazione dei presunti colpevoli, il caso desta ancora interesse. Azor non morì infatti per mano dei tedeschi, o dei fascisti. L’omicidio maturò negli ambienti della Resistenza. Il “caso Azor” apre quindi uno squarcio sulle deviazioni che riguardarono alcuni settori, pure limitati, della lotta partigiana.

Resta tuttavia aperto l’interrogativo sul perché venne ucciso.

Interrogativo che si pone Daniela Anna Simonazzi, nipote di Azor , nel suo recente volume Azor. La Resistenza “incompiuta” di un comandante partigiano.

Il libro ripercorre la vita di  Mario Simonazzi dalla giovinezza trascorsa tra la casa di Borzano e l’oratorio San Rocco di Reggio; fino alla Resistenza nelle Squadre d’Azione Patriottica (SAP) .

 

Nacque l’8 settembre 1920 a Borzano, primo di otto fratelli. Il padre era falegname. Decisiva per la sua educazione fu la lettura della Bibbia, esercitata regolarmente in famiglia. Famiglia che, nonostante le ristrettezze economiche, faceva dell’educazione un punto fermo.

Il piccolo Mario frequentò a Borzano le scuole elementari. La maestra era Maria Rossi, madre di Giorgio Morelli -amico di Mario-  che sarà un personaggio chiave della Resistenza Reggiana, noto con il nome di battaglia “Il Solitario”.

La predisposizione e i risultati ottenuti negli studi convinsero i genitori a farlo proseguire.

Fu quindi iscritto all’oratorio San Rocco di Reggio, già sede del seminario e di diverse altre iniziative. Fu qui che Mario Simonazzi entrò in contatto con l’Azione Cattolica e vi aderì.

Terminati gli studi mantenne l’impegno nell’Azione Cattolica e immediatamente cercò un impiego per essere d’aiuto alla famiglia. Già nel 1937 fu assunto presso le Officine Reggiane dove gli vennero assegnati in particolare incarichi relativi al settore tecnico e al personale .

L’ esperienza alle Reggiane fu importante nel formare la sua capacità organizzativa.

Nel giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra. Così anche Mario fu chiamato a prestare il servizio di leva. Fu chiamato nel febbraio 1941, dopo che per quasi un anno le Reggiane riuscirono a rinviare la sua partenza dal momento che ritenevano il suo impiego presso le officine strettamente necessario.

Simonazzi prese servizio subito presso il Ministero dell’Aeronautica, a Roma. In seguito fu distaccato in altre zone della penisola. Il congedo arrivò nell’agosto 1942. Di nuovo Mario riprese il lavoro alle Reggiane dove fece buona mostra delle proprie capacità organizzative e di attaccamento ai luoghi d’origine riuscendo ad ottenere una corriera per gli operai delle Reggiane della zona di Albinea. Proseguiva intanto il suo impegno nell’Azione Cattolica e cresceva la devozione per la Madonna di Lourdes custodita al santuario di Montericco, meta di continui pellegrinaggi.

L’armistizio reso noto l’8 settembre 1943 segnò una svolta per gli italiani, ma soprattutto per i giovani che, come Mario, non avevano intenzione di servire la Repubblica Sociale. Si aprì quindi la fase della Resistenza e della Lotta di Liberazione.

Mario, con l’amico Giorgio Morelli, collaborava alla pubblicazione e divulgazione dei Fogli Tricolore, tra le prime pubblicazioni libere di quel periodo. Il primo numero è del settembre 1943. Scritto in tedesco, invitava i soldati tedeschi a disertare da Hitler. I numeri successivi si richiamano apertamente all’esperienza del Risorgimento.

Nel maggio 1944 Mario Simonazzi, con il nome di battaglia di Azor, raggiunse il Comando della Brigata Reggiana in Montagna e venne assegnato al gruppo dei guastatori che si occupavano della costruzione di ordigni e azioni di sabotaggio contro i tedeschi. Emersero da subito le sue perplessità verso le componenti più ideologizzate e disorganizzate del movimento, più forti in montagna rispetto alla pianura.

Azor rientrò quindi nel comune di Albinea e organizzò il 3° distaccamento SAP.

Fu il primo nucleo di combattenti che diede vita alla storica “IV zona: Montericco prima, poi Borzano, Albinea, Regnano, Fogliano, Tabiano, Viano, Puianello, Rivalta” (p. 43).

Il comando di Azor si caratterizzava per la volontà di mantenere in secondo piano le dispute politiche, fonte inevitabile, a suo modo di vedere, di pericolose divisioni. Riteneva invece che, per combattere i tedeschi con un certo successo, occorresse un movimento patriottico unito. Una volta raggiunta la vittoria ci sarebbe stato spazio per il dibattito politico. Una simile concezione mise però Azor  in una posizione scomoda,  tutt’altro che condivisa. Per evitare l’isolamento tenne stretti contatti con due suoi collaboratori: Anselmo Menozzi (Paolo) e  Piero Cipriani (Aldo).

Scomparsi entrambi nei primi mesi del ‘45 : Paolo in febbraio e Aldo in aprile.

È interessante notare, scrive Daniela Anna Simonazzi, come la posizione di Azor coincida con quella degli esponenti cattolici della Resistenza. Uno su tutti Giuseppe Dossetti, che aveva avuto modo di denunciare “la specifica attività di partito svolta finora da alcune formazioni garibaldine che arriva a configurarsi come organizzazione sistematica e clandestina di cellule politiche” (p. 52).

La conduzione della Lotta di Liberazione impressa da Azor lo portò poi a scontrarsi  con alcune bande “irregolari” della zona che sfruttavano il pretesto della lotta per ottenere obiettivi personali. Al contrario Simonazzi si dimostrò molto scrupoloso nel condurre una Resistenza che non provocasse alla popolazione disagi ulteriori rispetto a quelli già tremendi portati dalla guerra.

Azor si lamentò ripetutamente con il Comando di Montagna per soprusi e rapine commesse anche, e soprattutto, nella sua zona di competenza. In una lettera al Comando chiese: “nessuna pattuglia armata entri nel cerchio della IV zona, per poter facilmente individuare i responsabili di questa o quest’ altra azione, dannosa per la lotta comune…” (p. 62).

Nel gennaio 1945 Mario Simonazzi venne rimosso dal comando del battaglione che si occupava della sua zona d’origine. Fu promosso alla vicedirezione della 76a Brigata SAP, comandata da Paride Allegri (Sirio). La mossa era dettata dalla grande popolarità di cui Azor godeva tra i partigiani delle SAP.

Ma aveva come effetto di toglierlo dalla zona che meglio conosceva, rimpiazzandolo con “altra persona di altra mentalità” (p. 65). A seguito di questa promozione Azor rischiò di trovarsi ancora più isolato. Anche se decise, comunque, di non allontanarsi dalla zona di Borzano-Albinea.

La posizione di Azor si fece in quel momento piuttosto critica. Venne affiancato nella sua attività da un commissario politico, una figura estranea a quella che era la sua concezione della Lotta di Liberazione, che teneva la politica in secondo piano.

Entrò in contrasto con bande irregolari, che fregiandosi del nome di partigiani compivano vere e proprie azioni criminose. Ed entrò in contrasto con le frange più ideologizzate della Resistenza che ritenevano la politica un fattore di primo piano della Lotta. Il clima intorno a lui si fece pesante, come dimostra la frase di un partigiano riferita già tempo prima della scomparsa di Azor, secondo cui lo avrebbero eliminato: “lilò al an fora (lui lì lo fanno fuori)” (p. 67).

Tra febbraio e marzo del 1945 uno dei più fidati compagni di Simonazzi, Anselmo Menozzi (Paolo), scomparve. Il suo cadavere venne ritrovato il 24 agosto nei pressi del Tresinaro. Mentre l’altro compagno di Azor, Piero Cipriani (Aldo), scomparve il 21 aprile dello stesso anno e non fu mai ritrovato.

Tra i due episodi si situano la scomparsa e l’omicidio di Mario Simonazzi.

Azor scomparve la sera del 21 marzo 1945. La sera stessa o nei due giorni seguenti verosimilmente fu ucciso, stando al racconto della nipote o a Tabiano o proprio al Fontanaccio, in località Lupo di Vezzano s/c, dove normalmente aveva sede il Comando di Brigata. E dove, nell’agosto dello stesso anno, il corpo fu rinvenuto fortuitamente da una donna che nel bosco raccoglieva legna.

La scomparsa di Azor non passò inosservata. L’ amico Giorgio Morelli, dalle colonne del suo giornale, La Nuova Penna, si impegnò in approfondite inchieste e in una vera e propria battaglia per portare allo scoperto i colpevoli e i motivi dell’omicidio.

Nonostante le difficoltà opposte dalla scarsa collaborazione e un attentato che colpì lo stesso Morelli nel gennaio 1946, si giunse dopo quattro denunce a un processo.

Del processo si sono persi gli atti per cause misteriose . Daniela Anna Simonazzi però lo ricostruisce grazie ad alcune testimonianze e alla stampa dell’epoca. Il procedimento si reggeva sulla solida testimonianza di tale Ernesta Poncemi,  che “afferma di aver assistito a una lotta tra Azor, Lugarini, Canovi e Brevini, i quali riuscirono a strappare la borsa dalle mani dell’Azor stesso. Quindi, aggiunge la teste, si sentì uno sparo…” (p. 105).

Il processo si chiuse nel 1951 con la condanna di Lugarini e Brevini a 15 anni di carcere. Tre anni dopo in appello Lugarini sarà assolto per insufficienza di prove. Seppure la sentenza indichi un colpevole non scioglie però tutti i dubbi. Nelle pagine conclusive del libro la Simonazzi cita una frase di Lugarini: “La m’ è tucheda a me (è toccata a me), come se fosse servito da copertura ad altri” (p. 110).  La conclusione del processo, con il soggiorno di alcuni imputati in Cecoslovacchia (resisi così non perseguibili), ricorda da vicino altri delitti misteriosi avvenuti nella bassa sul finire della guerra.

 

Daniela Anna Simonazzi nel suo breve volume ricostruisce puntualmente la vita di Mario Simonazzi, il comandante Azor. La sua formazione, l’educazione, cruciali entrambe per capire a fondo la sua vicenda umana nella Resistenza. E ricostruisce puntualmente, per quanto possibile, la sua misteriosa scomparsa e la  morte.

Il libro della Simonazzi scosta il velo che per anni ha coperto alcune fasi oscure della Lotta di Liberazione con cui è necessario fare i conti. Senza per questo mettere in discussione i valori che stavano alla base di quella Lotta che avrebbe portato : Democrazia e Pluralismo, Libertà e Giustizia. I valori che unirono tutte le componenti dell’ assemblea Costituente.

Occorre ricordare che una parte dei partigiani comunisti considerava la Resistenza come l’avvio di una sorta di rivoluzione proletaria. Con l’esilio di Togliatti a Mosca era rimasta forte in Italia la frangia del PCI più legata alla tradizione rivoluzionaria e insurrezionalista. La frangia che Togliatti emarginò a livello dirigenziale con la fondazione del “partito nuovo” a partire dal suo ritorno a Salerno nel 1943.

Le idee rivoluzionarie mantennero però una certa presa su parte della base anche nei mesi successivi alla Liberazione. In proposito Giampaolo Pansa ricorda nel suo (discusso e discutibile) libro Il sangue dei vinti, un discorso pronunciato a Reggio proprio da Togliatti nel 1946. Riferendosi ai delitti del cosiddetto “Triangolo della Morte”, la cui dinamica è per molti versi simile all’omicidio di Azor, il segretario del PCI affermò: “questi fatti di sangue fanno ricadere sul nostro partito una parte di responsabilità. Il Partito non doveva soltanto pronunciarsi contrario ai fatti quando essi erano già avvenuti, ma doveva saperli prevedere” (p. 345). Nelle stesse pagine Pansa tratta anche in maniera incidentale la vicenda di Mario Simonazzi. Dedicando più attenzione alle vicende de La Penna di Giorgio Morelli.

Secondo Pansa il discorso del Segretario del PCI “Era l’annuncio che il vertice della federazione sarebbe stato silurato” (p. 345). Come a livello nazionale, anche a livello locale, la frangia “rivoluzionaria” più ideologizzata veniva emarginata dai ruoli dirigenti del Partito secondo la linea del nuovo segretario.

Solo un cenno per chiarezza meritano le bande “irregolari” con cui Azor ebbe a scontrarsi. Ci furono anche individui che coprendosi indegnamente del nome di partigiani perseguirono il fine dell’arricchimento personale. È ovvio che queste persone non sono da confondersi con i patrioti che combatterono e diedero la vita per la Liberazione del paese dal nazi-fascismo. 

Concludendo, il libro di Daniela Anna Simonazzi è importante perché pone questioni ineludibili relative a temi spesso trascurati, ma dalla cui chiarezza può scaturire un rafforzamento dei veri valori della Resistenza. E perché ricorda una figura importante per la nostra provincia proprio per i valori che incarnava e che ha affermato anche a costo della vita.

 

Ma per cercare di cogliere a fondo e indagare in modo più autentico, ragioni e spirito che animano e stanno dietro o dentro le parole, abbiamo contattato direttamente l’autrice rivolgendole alcune domande.

 

Da dove è nata l’esigenza di ricostruire la vicenda di Azor?

 

In primo luogo è stata un’esigenza personale nata dal desiderio di conoscere una storia che mi ha sempre incuriosita, fin da bambina quando ne sentivo parlare da familiari e amici che hanno custodito nel loro cuore il ricordo di Azor.

Dal desiderio di sapere è poi maturata in me la convinzione che era doveroso  ricordare e riportare alla luce questa nobile figura di giovane impegnato nella Resistenza anche per rimediare ad un ingiusto silenzio.

Sono partita dal giorno in cui è nato l’8 settembre 1920, ripercorrendo quindi tutte le tappe della sua formazione umana e spirituale: gli studi al collegio San Rocco, il lavoro alle Reggiane, l’impegno nell’Azione Cattolica, la formazione militare nell’Aeronautica, senza trascurare le sue passioni giovanili come il gioco del calcio, il teatro, gli amici.

Un patrimonio di esperienze forti e significative che hanno connotato in seguito anche la sua partecipazione alla Resistenza, iniziata già dal settembre ’43 con la divulgazione dei Fogli Tricolore, insieme a Giorgio Morelli e altri giovani studenti.

 

Quali sono state le fonti dalle quali ha attinto per la stesura del libro?

 

Prima di tutto ho raccolto il carteggio familiare.  

Contemporaneamente ho iniziato ad avere contatti con gli amici di mio zio e ad ascoltare i loro racconti,  ho fatto interviste a tanti partigiani girando molto nelle mie zone (Albinea e dintorni) e in montagna dove ci sono  anziani e sacerdoti che hanno vissuto quel periodo. Inoltre ho parlato con alcuni storici e persone impegnate nel campo della ricerca dopo aver letto buona parte dei libri sulla storia della Resistenza.

Ho visitato numerosi archivi e biblioteche poi sono andata alla ricerca del carteggio della  76esima brigata SAP, di cui Azor era vice comandante, presso l’Istituto storico della Resistenza reggiana. Tutto questo percorso di ricerca delle fonti orali e scritte è citato alla fine del mio libro a testimoniare che il lavoro è stato costruito seguendo la metodologia della ricerca storica.    

 

Quali sono i caratteri salienti che permettono di tratteggiare la figura di Azor?

 

Quello che io ho colto di lui e della sua personalità dai vari racconti che ho ascoltato mi rendono l’immagine di un giovane con una forte personalità, molto coerente ai suoi ideali di fede e di giustizia, rispettoso delle opinioni degli altri e sempre aperto al dialogo anche con chi aveva idee differenti dalle sue.

I suoi amici lo definivano un “volitivo”, termine ora poco usato, ma che indica la forte volontà che tutti riscontravano in lui. Aveva un’energia incredibile, girava a piedi e in bicicletta dalla pianura alla montagna, il Solitario per questo scrisse “ tutti conoscevano Azor il suo nome era sulla bocca di tutti”.

Era molto attento ad utilizzare tutto il suo tempo al meglio, poi pensava molto alle cose, era scrupoloso nelle decisioni che doveva prendere. Sicuramente umile e altruista, attento soprattutto ai bisogni dei poveri. Ancora oggi tante persone che lo hanno conosciuto e ospitato nei loro casolari ai tempi della lotta lo ricordano con affetto e di lui dicono: “era un onesto”. 

Aveva una grande capacità nel rapportarsi con chiunque, dalla persona colta a quella più umile. Una dimostrazione dell’affetto che la gente aveva per lui sono stati i suoi funerali, ai quali parteciparono tremila persone scese dalla montagna e venute dalla pianura.

 

Quale è stata l’importanza dell’educazione ricevuta  da Azor nella sua famiglia?

 

La famiglia ha avuto un ruolo fondamentale nella sua formazione. 

Mario è cresciuto in una famiglia molto povera e numerosa, dove non venivano trascurati i valori cristiani e umani, mio nonno raccomandava sempre il rispetto per sé e per gli altri, in famiglia si pregava e si lavorava insieme, i figli grandi dovevano essere d’esempio e aiutare i piccoli.

Molto importante per il nonno era lo studio. Così fece grandi sacrifici per mandare Mario al San Rocco anche questa una grande scuola di umanità. Mario è stato molto stimato e amato da tutta la  famiglia.

Aveva poi un legame speciale con la madre. Infatti tutto quello che faceva lo confidava a lei e non mancava mai di fare un salto a casa per rivedere i suoi anche durante la clandestinità.

 

Poche settimane fa si è celebrato il 25 aprile; qual è oggi il valore della memoria?

 

È  un valore  da trasmettere alle giovani generazioni in modo sereno evitando di  tradirne il  significato con tanti  discorsi più a carattere politico che storico, questo disequilibrio rischia di creare solo divisioni e spaccature.

Ho dedicato il libro su Azor alle mie figlie che sono giovanissime  quindi dovranno conservare e a loro volta trasmettere questa memoria familiare ma idealmente desideravo rivolgermi  al mondo dei giovani.

Conoscere come hanno vissuto e speso la propria vita tanti ragazzi come Azor  per raggiungere la libertà e la pace mi sembra  “un dovere di riconoscenza” .

Viviamo nell’era di Internet e quindi possediamo magazzini di memoria enormi, ma trascuriamo di raccogliere le memorie che ancora oggi ci possono raccontare tanti anziani che hanno vissuto gli anni duri della guerra, gli episodi tragici e le gloriose imprese della Resistenza.

È importante che  le nuove generazioni riconoscano  il valore della “memoria” come le radici della  loro storia.

Non era mia intenzione con questo libro invadere il campo della storia che lascio  agli storici “professionisti” . La mia motivazione era quella di portare alla luce una vicenda che nessuno ha mai voluto raccontare. Dopo sessant’anni mi sembrava giusto con molta serenità ricostruire la vicenda di Azor per capire se nel contesto resistenziale era lui ad essere “sbagliato” o se erano certe dinamiche da disapprovare.

 

 

 

 

 


 




permalink | inviato da il 17/7/2005 alle 16:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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