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  AZOR La Resistenza "incompiuta" di un comandante partigiano
 
Diario
 


Simonazzi Daniela Anna
AZOR
La Resistenza "incompiuta"
di un comandante partigiano



AGE editrice- Reggio Emilia, 2004


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21 aprile 2012

Giovanni Lindo Ferretti - UN 25 APRILE SOLITARIO Tapignola 2012




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10 maggio 2008

Dai Fogli Tricolore alla Nuova Penna

Relazione agli Atti del Convegno

 

Ringrazio l’On. Otello Montanari per avermi invitata a partecipare al convegno “ Dai Fogli Tricolore a La Nuova Penna”. Tanto i “Fogli Tricolore” quanto “La Nuova Penna” rappresentano  due esperienze poco conosciute, ma indubbiamente importanti nella storia della nostra città.

Lei, Onorevole, ricordò mio zio, già nel ’95, quando ancora la vicenda era sconosciuta ai più, consegnando alla mia famiglia un attestato dedicato a Mario Simonazzi, “Azor”, quale “Divulgatore dei Fogli Tricolore”. La mia presenza oggi qui non ha valenza meramente simbolica, ma vuole, dunque, essere una testimonianza del profondo valore e della grande importanza di una memoria, quella di “Azor”,  custodita con cura per oltre sessant’anni.

Una storia legata alle emozioni e ai sentimenti, nel ricordo di un giovane che lasciò un segno indelebile nella sua famiglia, tra gli amici e la gente che incontrò nel percorso della sua breve e intensa vita. Parlare di lui è per me un onore, riconoscendo appieno il valore della lotta nella quale si spese fino alla morte, e mi piace farlo pensando non certo ai  suoi persecutori, quanto piuttosto per  ricordare la sua persona e il bene emerso dalla sua apparente sconfitta.   

Dai Fogli Tricolore a La Nuova Penna” è il percorso che racchiude la parabola storica della vicenda resistenziale di “Azor”, che lo vide  prima come  protagonista dei “Fogli Tricolore”, tra gli studenti divulgatori, e si concluse con “La Nuova Penna” attraverso gli articoli del “ Solitario” che denunciarono la sua uccisione. “Chi ha ucciso Azor”? era il titolo di inchieste  precise che costarono il ferimento allo stesso Giorgio Morelli in seguito alla pubblicazione dei primi tre articoli.

All’indomani dell’8 settembre  1943, i giovani che oggi ricordiamo scelsero di stare dalla parte di chi voleva la libertà (Libertà va cercando… continuerà ad essere il motto de “La Nuova Penna), intraprendendo per primi la battaglia contro il nazifascismo, regime che condizionò la loro vita di giovani e dal quale non si lasciarono dominare: per loro il baricentro rimaneva la fede in Dio e non nell’uomo. Se per molti la povertà, le ingiustizie e la paura subite durante il regime furono motivo di odio, di rancore e di ulteriori violenze, l’unicità di Eugenio, Giorgio e Mario, fu quella di rimanere se stessi, di continuare a  pensare con la propria testa, di preferire il dialogo alle armi. Come i loro coetanei della Rosa Bianca in Germania, diedero vita a questa coraggiosa iniziativa dei “Fogli Tricolore” che, da un lato aveva irritato le autorità della RSI, dall’altro incoraggiato la Resistenza. Presero a prestito il ciclostile da don Armando Montanari, parroco del Duomo di Reggio Emilia, ciclostile che servirà poi per la stesura del settimanale “La Penna”. Fu un’ iniziativa singolare, coraggiosa e tempestiva di giovani che avevano già idee molto chiare, in un  momento nel quale essere antifascisti non era così facile nè scontato. Molte persone fecero una scelta soltanto all’avvicinarsi della Liberazione, alcuni per convinzione altri  per convenienza.

Scelsero la lotta partigiana, non erano giovani che potevano stare a guardare, mio zio Mario, col nome di battaglia di “Azor”, formò la resistenza in collina e non volle più abbandonare le zone dove era  nato e cresciuto, anche quando la situazione diventò pericolosa . Ripeteva ai suoi uomini che avrebbero dovuto rendere conto delle proprie azioni alla fine della lotta; si riferiva alle esecuzioni sommarie, ai saccheggi, alle inutili violenze verso la popolazione. Certo questo suo ammonimento a fronte di tanto indottrinamento politico non poteva rappresentare un facile lasciapassare per lui. Venne ucciso nel marzo del ’45, pochi giorni prima dell’attacco a Villa Rossi, al quale Azor aveva contribuito sorvegliando la zona di competenza del suo comando, per rendere possibile un’azione da terra, anziché il bombardamento che avrebbe provocato maggiori danni. I suoi metodi di lotta che evitavano il più possibile spargimenti di sangue, la sua onestà e il suo essere“ democratico”, quando ancora la democrazia non era una realtà, lo resero troppo popolare, un avversario pericoloso in prospettiva di lungo periodo, la sua fede poi dava noia!

Il  25 aprile ’45,  Azor non fa ritorno, la madre davanti a casa aspetta e più le ore passano più si dispera.  Iniziarono i  depistaggi,  chi diceva che era  andato con gli alleati, che aveva varcato la linea gotica; poi si tentò di insinuare il dubbio che fosse stato ucciso dai fascisti. Di lui nessuna traccia fino all’agosto del ’45, quando una donna vede un corpo nel bosco del Lupo. È il cadavere di Azor, un colpo alla nuca le mani legate da filo di ferro… non ci sono più dubbi. Ai funerali, scrisse il Solitario su “La Nuova Penna, “…tremila persone e solo bandiere tricolori sulla bara…”.

Poi, la paura e, quindi, il silenzio. Interrotto, di tanto in tanto, dalla voce del Solitario che voleva verità per l’amico . Seguirono le minacce ripetute al padre di Azor che cercava giustizia per il figlio ucciso, quindi il processo. Uno dei più seguiti dall’opinione pubblica, parlano i quotidiani dell’epoca. Alla fine la sentenza. Giusta? Verità storica e verità processuale non sempre coincidono, a quei tempi, poi, nessuno osava testimoniare per paura. L’unica testimonianza fu quella di una donna, la signorina Poncemi, che con grande ingenuità ebbe il coraggio di raccontare la stessa precisa versione dei fatti anche a distanza di anni. Chi ha ucciso Azor? È un mistero ora difficile da districare anche a causa della sparizione degli atti processuali. Più evidenti sono, invece, le motivazioni del suo assassinio. Non tutti erano colpevoli della sua uccisione, ma non si può tacere sulle responsabilità che hanno reso possibile la sua eliminazione, a partire dai mandanti.

Una storia, quella di  “Azor”, caduta nell’oblio per sessant’anni, ignorata dalla storiografia ufficiale, le sole eccezioni a questa amnesia generale furono Sereno Folloni e Sandro Spreafico. Commemorazioni mancate, quindi, fino ad anni recenti, quando qualcuno cominciò a notare che quel cippo, voluto dagli amici, e fatto collocare dalla famiglia nel cortile della scuola elementare di Albinea nel ’95, perché era stata venduta la scuola di Montericco dove si trovava, (non per la caduta del muro di Berlino) era di un valoroso comandante partigiano e, anche se cattolico, certo un fiore lo meritava. Qualcuno ricorda la difficoltà dei cattolici nell’immediato dopoguerra per recarsi in chiesa il giorno della Messa, non si percorreva la via principale, si sceglievano i sentieri nascosti, per salire a Montericco si attraversava rio Groppo, per non farsi vedere.

Tempi difficili quindi, nei quali il silenzio diventò una necessità per tutelarsi e chi non lo rispettava e cercava di spezzare il clima di omertà, veniva minacciato pesantemente, come accadde a mio zio Lino. Per definire con una frase questi anni uso una citazione di  Corezzola “ La bufera era passata, ma era calata la nebbia”. Inizia quindi in anni più recenti il mio lavoro di ricerca per dar voce ad una storia che chiedeva con forza di essere raccontata, partendo proprio da quei fogli de “La Nuova Penna” che mia nonna teneva custoditi in soffitta nel baule dei ricordi di Mario, con divieto assoluto di guardarli, perché c’era paura, ma la mia curiosità era forte e fin da bambina cominciai a leggere quegli articoli di nascosto. Il titolo era inquietante e mi chiedevo cosa avesse fatto mio zio per meritare una fine così tragica.

Ho sempre sentito un debito di riconoscenza nei confronti del “Solitario” per le sue coraggiose denunce rimaste come testimonianza. Ho anche imparato ad accettare il silenzio che ha caratterizzato questi lunghi anni, cogliendone il valore che la mia famiglia ed altre hanno dato ad esso. Perdonarono da subito e capirono che non si doveva alimentare odio, permettendo così al paese di risollevarsi e ad una democrazia fragile di rafforzarsi. Oggi invece, a mio parere, le amnesie e gli imbarazzi non hanno più ragione di esistere.

Mi chiedo, quindi, se la nostra città decorata Medaglia d’oro della Resistenza sia stata equa nel ricordare il valore di ciascuno, a prescindere dalle bandiere che impugnarono nella lotta e che per Azor, Il Solitario e L.Bellis, furono sempre e soltanto tricolori: patrioti e partigiani per loro sono definizioni inscindibili.

La memoria di Eugenio, Giorgio e Mario è stata sempre custodita dalle famiglie, ma ora che le vicende si conoscono è giusto che la comunità, quindi la nostra città, si prenda cura anche di loro, senza irritazione o fastidio, non lo meriterebbero. Non esiste una memoria spontanea, la memoria deve creare luoghi destinati a durare al di là dell’esistenza. Pensiamo alla storia dei fratelli Cervi: sarebbe così viva se la città non l’avesse valorizzata?

Purtroppo in questi sessantatre anni il dibattito storico e culturale sui temi che oggi affrontiamo è stato all’insegna del giustificazionismo auto-assolutorio e patrimonio esclusivo di una parte. I contributi alla Liberazione sono stati diversi  e tutti importanti , dal ruolo degli alleati  a quello dei militari , le diverse formazioni partigiane, la componente cattolica, il clero e la popolazione civile. Ci vuole la sapienza di accogliere e di compiere quel miracolo, che fu della Resistenza, di unire tante componenti diverse. La gente è stanca di commemorazioni  retoriche dove la politica conta più della storia, non c’è  più voglia di assistere a contrapposizioni ideologiche. Il “25 aprile Solitario” di Tapignola, ha raccolto questa esigenza e ha spezzato la tradizione  recuperando le tradizioni: una giornata di festa iniziata con la S. Messa,  terminata col Rosario. Questo grazie alla sensibilità di Giovanni Lindo Ferretti, perché come spesso accade gli artisti, superando certe ottusità, anticipano. Come riuscire poi, a trasmettere ai giovani di oggi, ai quali abbiamo offerto un mondo spesso privo di valori , il messaggio di questi loro coetanei che abbandonarono la loro vita giovanile, lo studio, le fidanzate, gli amici e si spesero per ideali di  libertà, di giustizia, di pace, mettendo in conto anche di perdere la propria vita? Forse “il tempo ci sarà amico” per usare parole del Solitario.

La Nuova Penna”, che presto verrà ristampata in anastatica  per l’iniziativa, che ho subito condiviso, di Andrea Galli giornalista di Avvenire, ci racconta di questi giovani  luminosi ed eroici, protagonisti di una doppia resistenza. Fu l’iniziativa più battagliera che l’Emilia abbia avuto in campo pubblicitario, ebbe echi in Italia  e  all’estero, al punto che Eros era disposto a sopprimere il Garibaldino in cambio del silenzio de “La Penna”. Da qui la punizione di non riconoscere al Solitario e L.Bellis la meritata qualifica di partigiani e l’impedimento a quest’ultimo di far parte del CLN, perché direttore de “La Penna”, quando lo stesso Eros era direttore del “Volontario della Libertà” e membro del CLN. Del resto, per lui questa iniziativa rappresentò un duro colpo all’egemonia comunista.  Anche la base del mondo cattolico nutriva simpatie per “La Penna”, da Avvenire a Era Nuova, mentre Tempo Nostro non mancò di polemizzare.

In un primo momento, “La Penna” nacque come messaggio di libertà rivolto non solo ai combattenti, ma alla popolazione della montagna per ridare ad essa fiducia. Riprese poi ad uscire come periodico cattolico- liberale, non a caso, nell’agosto del ’45 , dopo il ritrovamento del corpo di Azor, a cui fecero seguito l’assassinio di Vischi ed altri tragici delitti. Pur esprimendo rispetto al “Volontario della Libertà” che questi giovani avevano riconosciuto come organo delle formazioni partigiane, Eugenio e Giorgio sostenevano che la vita civile, a loro parere, aveva esigenze ben diverse da quelle partigiane.

La loro polemica riguardava “l’unicità, l’accentramento, l’omologazione del pensiero a favore della molteplicità e della critica serena per il reciproco miglioramento”.

“Il nostro amore per la verità non ha colore” era il loro motto e lo spiega bene uno dei primi articoli del Solitario, che si firma Dano Vasiri nell’articolo “Clandestini ’46?

“Per dieci mesi nella clandestinità dell’oppressione fascista abbiamo fatto uscire un foglio che era il grido della nostra cospirazione…soli, senza aiuti… e l’abbiamo durata sino alla fine. Perché volevamo essere liberi! Ora continuiamo ancora, perché alla illegalità e alla violenza nere di ieri si sono sostituite le violenze rosse di oggi”.  

In uno dei primi interventi del 15 Aprile ’45, nell’articolo “GIUSTIZIA”  a firma Luciano (Corezzola), si chiede l’attuazione di una severa giustizia per i crimini del nazifascismo, altrimenti come avrebbero potuto con onestà denunciarne altri di diversa matrice?

Dopo i tre articoli “ Chi ha ucciso Azor?” e  l’attentato al Solitario, la denuncia dell’uccisione di don Iemmi: “Due garibaldini hanno assassinato un giovane prete partigiano”.

Nell’aprile il duro attacco ad Eros: “Eros, per chi suonerà la campana?"

Il loro lavoro d’informazione continua e spazia, tenendo fisso lo sguardo sull’Europa e sulla situazione di Trieste .

La difficoltà era anche quella di dover cambiare tipografia ogni volta: undici tra Reggio, Parma e Bologna, perché venivano sistematicamente devastate, la  tipografia Age che dopo sessant’anni ha avuto il merito di pubblicare il libro su Azor fu una di queste.

Nell’articolo“Bologna l’87° è arrivato primo”, si richiama alla memoria la presenza dell’esercito a fianco degli alleati. Lo stesso generale Clark considerò un privilegio l’avere avuto a fianco i fanti nel 15° gruppo d’armata.

Nella“Lettera a Piani” la posizione del gruppo de “La Penna” è chiara e si evince da queste parole “Noi siamo giovani e quindi più radicali. Abbiamo combattuto per lunghi mesi sulle montagne e certo non per giungere alla odierna situazione. Un regime democratico dove si ha timore di prendere posizione, di criticare a viso aperto non è affatto democratico,la gravità della situazione nella nostra provincia è seria. Stillare il buon senso goccia a goccia da un recipiente senza fondo è opera inutile…noi non ne avremmo la pazienza”.

L’invito di Bellis ad agire con la propria coscienza e pensare con la propria testa lo troviamo nell’articolo “Di nuovo al bivio” dove emerge chiaro il concetto che le scelte di campo non sono terminate con la Liberazione.

La Nuova Penna” dedicò ampio spazio alla cultura: il Solitario era appassionato di teatro e di musica classica, fu lui ad organizzare i primi concerti dei f.lli Borciani al circolo Casino di Reggio. Non mancano poi la satira, rubriche come “Microscopio” alla ricerca di notizie curiose. Nelle “Barzellette” si legge: “con la nuova aria di Liberazione sono fioriti anche i partigiani: 8100 smobilitati finora. Chissà che paura avrebbero avuto i nazifascisti se avessero saputo che…eravamo tanti”.

“Cercate la politica troverete gli assassini” è la  dura constatazione che non si possa scindere delitto e politica “è vano che essi dopo avere indirizzato su tale strada la mentalità della massa si proclamino innocenti ed estranei a ciò che avviene”, come si può negare, ad esempio, la responsabilità di avere creato “il clima” che portò al verificarsi di esecrabili delitti? .

Nell’ “Epurato” emerge il rispetto per chi fu incapace di fare la scelta giusta sostenendo che “non si può obbligare un uomo ad essere un eroe”.

Poi la forte denuncia “A Roma hanno paura di noi” : 3000 cadaveri nascosti nella foibe del reggiano. “Di chi la colpa? Chi ha veramente denigrato il movimento partigiano? La Penna o le loro azioni? Non potremo far tacere la nostra voce con la stessa facilità con la quale hanno fatto tacere la voce della loro coscienza”. Segue la pubblicazione delle fosse con l’elenco paese per paese.

Il prefetto dopo un anno e mezzo di campagna de “La Penna” fece scoprire la fossa di Campagnola.

Togliatti giustificherà quei fatti dicendo: “I delitti dell’Emilia sono una conseguenza del passaggio di eserciti stranieri liberatori”, forse da qui la mancanza di riconoscenza degli italiani nei confronti degli alleati?

Certo quella intrapresa da Bellis e Il Solitario fu una battaglia con molti ostacoli, i processi che  subirono per querele misero in luce la loro tenacia e l’ intelligenza. Nella “Faccenda del cuoio” dove venivano accusati di falso, G.Morelli  prese la parola  rinunciando alla difesa e sostenendo di avere scritto la verità, spiazzò un avvocato di grido come Giotto Bonini .

Corezzola e Morelli diventarono dei veri collaboratori della giustizia a fianco di famiglie lasciate sole e di avvocati che si trovavano, a loro volta, a dover combattere in un clima non facile.

 

Corezzola, alla morte di G. Morelli, abbandonò la battaglia intrapresa con il suo gruppo di coraggiosi, lasciando uno splendido ricordo del Solitario nell’ultimo numero de “La Penna” . Con molta amarezza dovette constatare che spesso gli assassini fossero non solo liberi, ma eroi.  

Nel ’66 uscì un suo interessantissimo libro sul caso Vischi “La balilla del direttore”, emblematico di come le vicende reggiane avessero dinamiche complesse a lui già molto chiare, lo dedicò al Solitario. Seguirono altre pubblicazioni quasi sconosciute una di queste “Politica e Resistenza nel Ducato Rosso”.

 

Poi, per Corezzola, l’inevitabile emarginazione e la solitudine. Un prezzo da pagare, per chi fu protagonista  di un “Chi sa, parli” ante litteram, ne sa qualcosa Otello Montanari.

Corezzola concluse uno dei suoi ultimi libri con parole amare che sembrano cucite addosso agli amici di tante battaglie:

 

Gli eroi sono stanchi,

in verità gli eroi non possono mai essere stanchi.

Essi continuano a combattere,

anche se soli, 

anche se traditi alle spalle,

anche se la vittoria non arriderà loro,

essi non possono stancarsi:

possono solo morire.

 

Se questi giovani eroi si fossero allineati al pensiero dominante, sarebbero oggi tra noi a ricevere il giusto riconoscimento per il contributo dato alla nascita della democrazia. Ci consola pensare che nel Regno dei Cieli avranno posti d’onore. Con questo convegno, colmiamo un vuoto di umana gratitudine e chiediamo loro di perdonarci il lungo ritardo.

 

 

Daniela Anna Simonazzi,

Reggio Emilia, 10.05.2008 

 


10 agosto 2007

ricordando Giorgio Morelli

Il Carlino Reggio
Il Giornale di Reggio
L'Informazione
9 Agosto 2007

Il 9 agosto 1947  Giorgio Morelli “Il Solitario”moriva in un letto di ospedale ad Arco di Trento in seguito ai postumi di un attentato . Uno dei protagonisti “cattolici” della Resistenza reggiana terminava così, a 21 anni , la sua battaglia per la libertà.   Chi ha partecipato il 25 aprile a Tapignola alla giornata in ricordo del Solitario , primo partigiano ad entrare in Reggio liberata, ha percepito la differenza  che animava giovani come lui che non si sono lasciati contaminare dal male  subìto sotto l’oppressione della dittatura, ma che hanno sempre scelto la via del bene e della libertà da qualsiasi ideologia. Sul suo diario qualche giorno prima di lasciarci scriveva:  “non mi spaventa la morte. Mi è amica poiché da tempo l’ho sentita vicina. Nell’istante prima del mio tramonto , mi prenderebbe una sola nostalgia: quella di aver poco donato. Oggi la mia confessione ultima sarebbe questa; l’odio non è mai stato ospite della mia casa. Ho creduto in Dio, perché la sua fede è stata la sola ed unica forza che mi ha sorretto”.  Chiese poi  di essere sepolto senza sfarzo nella pace di un cimitero di montagna.

Una vita spesa per gli altri quella del Solitario, eppure il suo timore, congedandosi dal mondo, in pace con tutti, è stato quello di non avere fatto abbastanza. Una  lezione di umiltà  che fa emergere ancora di più la sua grandezza.

Un insegnamento che  pochi hanno colto, credo invece che proprio l’umiltà sarebbe una preziosa alleata nel difficile percorso di ricostruzione della nostra storia,  dove  emerge la presunzione  di ritenersi ognuno depositario di una verità assoluta . In altri paesi dell’Europa si sta seguendo la via della cooperazione per saldare i difficili conti col passato mettendo a confronto gli ambienti della ricerca, gli intellettuali, i politici, per mettere a fuoco  personaggi e avvenimenti  della storia mai raccontati. È una via che bisogna percorrere con maturità  spogliandosi dall’arroganza delle certezze per mettersi in ascolto reciproco attraverso un civile dibattito.

Se guardiamo come si affronta nella nostra città il tema della Resistenza e del dopoguerra verrebbe da dire che siamo ancora molto lontani da simili percorsi. Purtroppo quello che si avverte è: la chiusura degli istituti storici convinti che la loro sia una scienza esatta che può bastare a se stessa , l’indifferenza delle istituzioni nell’affrontare il discorso nel suo complesso, la strumentalizzazione da parte di alcuni politici più attenti al consenso che al bene delle famiglie lasciate sole per anni a cercare un po’ di giustizia. Eppure Il Solitario  cominciò subito la sua opera di riscatto morale  scuotendo le coscienze attraverso i suoi coraggiosi articoli su La Nuova Penna,  nei quali denunciava i delitti che infangavano il nome della Resistenza  e sosteneva che: “bisognava uscire dal ritenere che essi fossero dovuti a casi sporadici, ad arbitrarie iniziative personali per ammettere invece l’esistenza di un più vasto piano preordinato”.

Saremo in grado di superare le barriere ideologiche per riflettere serenamente sulla nostra storia che deve essere trasmessa ai giovani come i nostri padri l’hanno vissuta, senza offuscare il valore della loro lotta, senza confondere le parti, ma guardando in faccia la realtà?

È una sfida che forse pochi sono disposti ad accettare,  ma solo così riusciremo a vivere il presente con più realismo e a saldare un debito di riconoscenza nei confronti di giovani come Il Solitario e tanti altri . C’è chi sostiene che questa pagina di storia dovrebbe essere chiusa per poter parlare d’altro, ma come si fa a parlare di Costituzione ai giovani senza parlare di Resistenza? Se la città di Reggio , medaglia d’oro della Resistenza, commemora  giustamente i fratelli  Cervi , perché dimenticare il Solitario?

Oggi, nel sessantesimo della morte, per chi vuole ricordare Giorgio Morelli con gratitudine  bastano le sue parole:

“alla mia memoria renderete omaggio se sarete anche voi come me sempre uomini nella coscienza sempre giovani nel cuore”.

 

Daniela Anna Simonazzi





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15 aprile 2007

un 25 aprile Solitario

un 25 aprile Solitario

 

E’, questo nostro, un tempo di mutamenti che procedono per piccole scosse ed assestamenti determinati, nel profondo, dalla necessità di verità. Senza verità la libertà non è che una forma più o meno conveniente di servitù.

E’ un tempo difficile da raccontare. Bisognerebbe farne scarna cronaca, alla maniera medioevale, snocciolando accadimenti personali e vicende minute.

Raccontare, in questo caso, di Tapignola in un gelido sole d’inverno; dei borghi arrocati ai campanili che, da sempre, reggono bufere e tormente; di casolari in cui, giorno dopo giorno, si sgrana il Santo Rosario per i vivi e i morti mentre tra le colline intorno s’alza la nebbia e cala la sera.

 

“alzo i miei occhi ai monti e chiedo:

da dove verrà l’aiuto per me?

Il mio aiuto viene dal Signore

Creatore del cielo e della terra”

 

Ci sono tra di noi, ho avuto la fortuna di conoscerle, persone come Daniela Simonazzi e Maria Teresa Morelli che, solo lasciando trasparire il proprio dolore, la necessità di attraversarlo per ricucire la propria storia in memoria vivente, generazione su generazione, svelano la menzogna che ci avvolge. Noi involontari complici. Raccontano dei nostri eroi sconosciuti o dimenticati, giovani e giovanissimi cattolici che pur essendo tra i primi, non molti, insorti contro il nazifascismo non hanno trovato spazio tra i sovraffollati ranghi dei vincitori.

A Giorgio Morelli è stato negato anche il certificato di partigiano combattente ed era “il Solitario” una delle figure più belle della Resistenza reggiana.

A Mario Simonazzi, il valoroso comandante Azor, è andata peggio: scomparve durante la Pasqua del 1945, a pochi giorni dalla Liberazione, tra bocche cucite e accenni di calunnie. Qualcuno li ha arruolati tra i vinti ed è stato l’ultimo indicibile dolore per le  famiglie, l’ultima menzogna.

E poi i nostri sacerdoti uccisi prima e dopo, dagli uni e dagli altri. Uccisi perché sacerdoti in comunità comunque abusate da chi è tanto fiero e succube della propria miseria ideologica da voler rifare l’uomo e il mondo a propria immagine e somiglianza e ogni mondo nuovo comincia e finisce sempre in una fossa scavata lì per lì ad occultare un cadavere o in grandi fosse progettate ed eseguite scientificamente.

Quando anche a distanza di decenni, anche solo per un attimo, ci si affaccia su quell’abisso di odio per l’uomo non si può non essere colti da vertigine.

 

All’imbrunire del 3 agosto 1945 nei boschi tra Montericco e Vezzano, in località Lupo, una donna che sta raccogliendo legna trova un cadavere a marcire nel fango. Un piccolo foro nella nuca. E’ Mario Simonazzi, di Montericco, 24 anni, nome di battaglia Azor, vice comandante della 76a brigata SAP. I familiari e gli amici partigiani lo stavano cercando da quattro mesi. Chi ha ucciso Azor?

Il Solitario, Giorgio Morelli, comincia la sua ricerca, cerca la verità. E’ stato giovanissimo partigiano in città, al tempo dei “fogli tricolore”, prima di salire in montagna ed è il primo a rientrare in divisa, un fazzoletto tricolore al collo, nella Liberazione. Il Solitario è un uomo libero, non ha avuto paura di fascisti e nazisti; sa che la verità è come l’ortica: chi la sfiora ne è punto, bisogna afferrarla saldamente e non temere il bruciore.

Il 27 gennaio 1946 mentre rincasa, a Borzano, due ombre nella nebbia gli scaricano un caricatore addosso. Lo colpiscono 3 colpi di pistola su 6: uno alla spalla, due di striscio al braccio e al fianco sinistro. Lo si vedrà passeggiare per Reggio con l’impermeabile sforacchiato: non gli manca il coraggio, merce rara nei giorni dell’odio in cui cala una spessa coltre di caligine e crescono le vittime innocenti dell’ultima ora.

Chi ha ucciso don Jemmi? Menozzi Anselmo “Paolo”? Don Luigi Ilariucci? Giuseppe Verderi?…….Don Pessina è il decimo prete ucciso in un anno, la quinta vittima del giugno 1946. Il Solitario muore il 9 agosto 1947, a 21 anni, dopo mesi di sofferenze a conseguenza dell’attentato subito. Fino alla fine continua la sua ricerca della verità. E’ un uomo libero, non odia nessuno, perdona i suoi assassini e in pace con Dio e con gli uomini chiede solo di essere sepolto in montagna. Ci lascia un dono prezioso, un piccolo giornale mensile uscito dal ’45 al ’47, quattro numeri a ciclostile, in clandestinità, e dopo la liberazione 25 numeri a stampa: La Penna -La nuova Penna.

Cambiò 11 tipografie: la reggiana A.G.E. fu devasta, tre edizioni furono distrutte durante la distribuzione, una intera edizione fu prelevata e bruciata in una piazza di Bologna ma fu ristampata a Modena, una tipografia di Parma, interna a un convento, subì atti di sabotaggio e altre tipografie furono minacciate ma un pugno di giovani partigiani cattolici cresciuti nella lotta al nazifascismo, senza mezzi, senza direttive e legami politici offrirono alla città e al Paese la più coraggiosa e intraprendente manifestazione di libertà del cuore e dello spirito. Libertà di stampa?

 

E’ tra le montagne che lo hanno visto giovane partigiano, a 60 anni dalla sua morte, che vogliamo ricordare il Solitario nel giorno della Liberazione.

Con lui vogliamo ricordare il comandate Azor, i nostri giovani eroi della Libertà, i nostri sacerdoti che l’hanno difesa prima e dopo.

Le famiglie montanare che hanno accolto, sfamato, protetto, i giovani partigiani e molte ci hanno rimesso tutto ma erano dimenticate prima e sono state dimenticate poi.

                                                                                                            G.L. Ferretti         

 

 

 

 

A.D. 2007 Chiesa di Tapignola, Villa Minozzo

un 25 aprile Solitario

in pace, in festa

                            ore 11.30            Santa Messa

ore 13.00            pranzo al sacco e gnocco fritto

ore 15,30            letture, canzoni, musica

ore 18.00            Santo Rosario

 

Dopo decenni di omertà, menzogne, di commemorazioni sempre più distratte e stanche, un silenzo raccolto ci pare la miglior compagnia perché possa continuare a fiorire tra gli uomini quella coscienza di libertà nella verità.

 

 

 

                                                        Giovanni Lindo Ferretti

Carlo Losi

Daniela Simonazzi

Maria Teresa Morelli




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31 maggio 2006

Luca Pignataro Storia & Identità maggio 2006

In coincidenza col sessantunesimo anniversario della conclusione della guerra di liberazione, sta mostrando sempre più crepe l’interpretazione che la vuole frutto unicamente di un movimento rivoluzionario contro un generico «fascismo», parola in cui si pretende di riassumere tutti gli aspetti sociali e istituzionali della nazione italiana non riconducibili alle categorie «progressive» delle sopravviventi ideologie moderne e quindi identificati come «reazionari»; quel  movimento rivoluzionario sarebbe stato canalizzato ed espresso al massimo dalle strutture del Partito Comunista, cui, quasi per una ineluttabilità storica, sarebbe spettato il primato nella lotta che si combattè tra il 1943 e il 1945 e un ruolo determinante nella nascita di una «nuova» Italia democratica e repubblicana.

Questa interpretazione, in realtà, escludeva dalla scena di quanto accadde in quei drammatici anni tutta un’amplissima porzione della società, quella che non si riconosceva nei sogni di un utopico rinnovamento sociale da realizzare a ogni costo, anche con la forza, eliminando tutto ciò che potesse rappresentare un legame forte col passato, in primis la religione cattolica. Anche fra i combattenti della guerra di liberazione, dunque, vi furono non pochi i quali la vissero da «patrioti» piuttosto che da «partigiani», quale guerra per la libertà della patria comune dall’oppressione straniera e dalla dittatura interna, non certo per insediarne una nuova di stampo sovietico, e che erano mossi, nel loro agire personale, da una marcata religiosità. Tali personaggi non mancarono anche in quelle zone ove massiccia era la presenza comunista, come l’Emilia.

Fu questo il caso di Mario Simonazzi, il partigiano «Azor», su cui, dopo un silenzio pluridecennale e non casuale, fa ora luce una biografia sobria e pacata scritta dalla nipote Daniela, non storica di professione, ma autrice ugualmente di un pregevole e meritorio lavoro di ricerca, svolto consultando archivi privati e pubblici e interpellando i testimoni ancora viventi. Oltre alla memoria familiare, il fatto che precedentemente nessuno storico si fosse preso la briga di indagare su questa figura, spiega ulteriormente lo zelo della Simonazzi.

Mario Simonazzi nacque nel 1920 da una famiglia povera della campagna reggiana — il padre era falegname — e crebbe a contatto di istituzioni religiose quali la parrocchia, un collegio in cui frequentò il ginnasio, l’Azione Cattolica, cui continuò ad appartenere con impegno. Era l’Azione Cattolica di Pio XI (1922-1939) e di Luigi Gedda (1902-2000), quella guardata con diffidenza dal regime fascista per il suo ruolo alternativo nella formazione dei giovani e che, pur lontana dal costituire un partito politico, sarebbe stata la fucina di buona parte della classe dirigente italiana dopo il 1945. Il giovane Simonazzi fu assunto dalle Officine Reggiane e dovette alternare quel lavoro con i periodi in cui fu chiamato sotto le armi, in Aeronautica, dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Durante il servizio militare, il suo zelo e la sua coscienziosità furono più volte lodati dai superiori. La preparazione così acquisita gli tornò assai utile dopo l’8 settembre 1943, allorché, senza esitazione, scelse di darsi alla macchia per combattere contro l’occupante tedesco e il fascismo repubblicano, valendosi di una rete di relazioni e dell’amicizia con Giorgio Morelli (1926-1947) — nome di battaglia «il Solitario» —, un altro giovane cattolico reggiano col quale iniziò la redazione dei I Fogli Tricolore, una pubblicazione clandestina che apparve quando ancora non esisteva un movimento resistenziale organizzato in Reggio Emilia e provincia. La linea di apoliticità che li caratterizzava, finalizzata all’unico scopo di liberare l’Italia dalla dittatura, si mantenne anche di fronte al brusco impatto  con la realtà delle bande partigiane sull’Appennino, caratterizzate da atteggiamenti di indisciplina e brutalità accompagnati dall’ostentazione degli ideali rivoluzionari comunisti. Fu per questo che «Azor» — nome di battaglia scelto da Simonazzi e tratto dal nome di un personaggio del giornale cattolico per ragazzi Il Vittorioso — tornò in pianura ove organizzò molti uomini di cui fu riconosciuto capo, inquadrati nelle Squadre di Azione Patriottica (Sap).

La sua condotta delle operazioni belliche, col fine di evitare ritorsioni nazifasciste sulla popolazione civile, nonché la sua abilità nell’ottenere finanziamenti senza ricorrere a sistemi illeciti, se da un lato gli procurarono una grande popolarità, dall’altro gli causarono l’ostilità di molti esponenti comunisti dei Gruppi di Azione Partigiana (Gap), i quali assunsero nei suoi riguardi un atteggiamento di diffidenza e sfiducia anche in previsione del dopoguerra. Nei primi mesi del 1945, dunque, prima un suo collaboratore fidato e poi «Azor» stesso scomparvero — il vice-comandante partigiano fu ucciso il 23 marzo 1945 da altri partigiani, che poi ne occultarono il corpo in un bosco — e un clima di intimidazione accompagnò la scoperta del loro assassinio, grazie al ritrovamento dei cadaveri a Liberazione avvenuta. La famiglia Simonazzi non ottenne nulla dalla Questura cui si era rivolta perché indagasse, mentre l’unico che pubblicamente osava incalzare i capi comunisti affinché rivelassero tutto quello che sapevano dell’omicidio fu Morelli «il Solitario», ricavandone un attentato, le cui conseguenze gli avrebbero prematuramente stroncato la vita. Alcuni anni dopo, qualcuno affermò di conoscere gli assassini, ex partigiani, alcuni dei quali dopo l’arresto furono fatti fuggire clandestinamente in Cecoslovacchia, ma i successivi processi non avrebbero fatto piena luce.

Malgrado il perdono cristianamente accordato dai suoi familiari agli assassini rimasti ignoti, «Azor» non venne mai commemorato neanche nell’ambito delle strutture ufficiali della Chiesa reggiana, e francamente me ne sfugge il motivo. Non stupisce, viceversa, che solo in seguito alle ricerche della Simonazzi uno storico locale «ufficiale» abbia scritto un altro libro, nel quale si cerca di ridimensionare la figura di «Azor», presentandolo come un idealista che non aveva ben compreso la reale natura della lotta di liberazione e che forse sarebbe stato ucciso a scopo di rapina.  La realtà è ben più complessa e proprio la reticenza sin qui mostrata, per esempio, dalle organizzazioni partigiane vicine al partito comunista ne è prova.

Una figura come quella di «Azor», un giovane di estrazione sociale modesta, ma di viva fede cattolica e di sincero animo patriottico, non collima con l’immagine del partigiano che ci è stata tramandata da certa retorica. Di più: l’immagine della Resistenza che oggi è ancora corrente, risente del travisamento operato intorno al 1968, allorquando si è gabellato per «resistenza» tutto ciò che mirava ad abbattere la società tradizionale, definita spregiativamente e impropriamente  «borghese», con la sua etica e i suoi costumi reputati «repressivi» dai seguaci di una miscela di marxismo e di psicanalisi male assimilati. Non si vede, francamente, perché certi ambienti giovanili quali, per esempio, quelli dei cosiddetti «centri sociali», sarebbero i continuatori della Resistenza, quasi che i giovani partigiani del 1943-1945 fossero alfieri della droga libera e disprezzassero le responsabilità e le gioie connesse ai legami sociali e familiari.

«Azor» va associato ad altre belle figure di partigiani cattolici, come Teresio Olivelli (1916-1945) e Gino Pistoni (1924-1944), che non lottarono per odio né per distruggere, ma per amore e per ricostruire l’Italia al di sopra di ogni fazione, e lo riteniamo degno, oltre che di quella memoria storica che dovrebbe essere imparziale, di essere mostrato come esempio ai giovani, così come era nell’intento dei suoi amici che eressero un cippo commemorativo nel cortile di una scuola elementare. In certi ambienti, la cui influenza sembra spesso preponderante, è consueto affermare che l’Italia, per diventare un Paese «civile», avrebbe dovuto sbarazzarsi della religione cattolica e dare «compimento» alla Resistenza; mi sembra che persone come Mario Simonazzi smentiscano con la loro vita e la loro morte la verità della prima affermazione e facciano rimpiangere che non siano state loro a dare pieno compimento alla lotta di liberazione.

Luca Pignataro
[20.4.2006]




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22 febbraio 2006

Il Giornale di Reggio 29 gennaio 2006


 

Il 29 gennaio 1926 nasceva  Giorgio Morelli “Il Solitario” , una figura esemplare della nostra Resistenza , il primo ad entrare in Reggio liberata con il tricolore al collo e gli occhi luccicanti di commozione .  Raffinato e  coraggioso giornalista  ha  creduto fino all’ ultimo giorno della sua vita  nella libertà e nella giustizia tra gli uomini.

Fu tra i primi ad impegnarsi nella lotta contro il nazifascismo attraverso la pubblicazione dei “Fogli Tricolore”, ciclostilati  che circolavano clandestinamente  in città già  dal settembre ’43 e rappresentavano un’audace controinformazione rispetto alla stampa fascista .

Lo ricordiamo per la tenacia e la fermezza che lo fecero diventare il  giornalista di spicco de  La Nuova Penna” .

“Chi legge i suoi articoli conosce lui”  scriverà la redazione dopo la sua morte prematura avvenuta a seguito di un attentato  la vigilia del suo ventesimo compleanno, sessant’anni fa.

Stava scrivendo una serie di articoli per far luce sull’uccisione dell’amico “Azor”.

Questa intimidazione però non fermò la sua battaglia per la verità . Continuò a scrivere articoli di denuncia, l’ “Inchiesta sui delitti”,  dove chiedeva giustizia per le uccisioni che stavano infangando il nome della Resistenza.

Dopo il caso Azor si occupò delle vicende di: don Iemmi , Vischi, don Pessina, Farri, Ferioli, Lasagni, Menozzi, Cipriani, Verderi, Montanari, don Ilariucci…

Sollecitò per primo un “Chi sa parli” per far luce sui  motivi dei delitti e perchè si ritrovassero i corpi delle vittime, con l’unico scopo di difendere i valori che avevano animato la Resistenza.

Credeva poi nell’arte e nella cultura come strumento di crescita morale ed umana : il teatro e la musica erano le sue passioni . Dopo la rappresentazione de la “ Piccola Città” di Wilder, interpretata da Valli , Cavicchioni e Degani scrisse: “…è stato un tentativo o l’inizio di un vero risveglio dell’arte? S’è cominciato col teatro ma si deve continuare col cinema e con la letteratura . A tutti i costi…”

Benedetto XVI nel suo messaggio ai giornalisti ha sottolineato che: “la comunicazione autentica esige coraggio e risolutezza”, questo ci dice quanto moderna ed attuale  sia l’impronta che Giorgio ha lasciato . La sua fede e la sua coerenza cristiana lo hanno sostenuto nel promuovere la pace da vero protagonista  .  Prima di morire lanciò il suo ultimo messaggio  : “ So di essere in pace con gli uomini e con Dio. Non odio nessuno”. Poi  chiese di essere sepolto senza sfarzo nella quiete di un  cimitero di montagna  umile e  solitario,  com’era lui .

“Il Solitario sarà sempre fra noi” scrissero gli amici . Ancora oggi chiunque può cogliere l’eredità morale e il valore umano che il Solitario ha saputo trasmettere con tanta forza e  coraggio .

 
 Grazie Giorgio.

 

Daniela Anna Simonazzi




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18 agosto 2005



http://azor.ilcannocchiale.it/
La Resistenza "incompiuta" di un comandante partigiano

ne hanno scritto

9   gennaio 05           L’Informazione
11 gennaio 05          Il Giornale di Reggio
15 gennaio 05          La Libertà
16 gennaio 05          Il Resto del Carlino
20 gennaio 05          Il Giornale di reggio
21 gennaio 05          Emilianet
21 gennaio 05          La Gazzetta di Reggio
22 gennaio 05          La Libertà
22 gennaio 05          L’Informazione
26 gennaio 05          Emilianet
26 gennaio 05          Il Giornale di Reggio
26 gennaio 05          L’Informazione
28 gennaio 05          La Gazzetta di Reggio
28 gennaio 05          L’Informazione
02 marzo    05           L’Avvenire
05 marzo    05           La Libertà
     aprile     05           Tuttomontagna
10 aprile     05           Emilianet
12 aprile     05           Il Giornale di Reggio
15 aprile     05           Reporter
     aprile    05            Notiziario ANPI RE
     aprile    05             Ricerche storiche 99
22 aprile     05           Liberazione  
    maggio   05          Quaderni Storici Sarzanesi
   giugno    05          Reggio Storia 107
4 agosto   05           Il Giornale
maggio     06           Storia e Identità


 


 


   



 

                                                                                                Il Comandante Azor

         



 




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18 agosto 2005

Giovanni Lindo Ferretti. Falce e Martello. Prima Nazionale Correggio25.4.05

Mario Simonazzi, il comandante Azor, antifascista partigiano cattolico, combattente ogni totalitarismo, aveva scelto per tetto il cielo, per letto la terra e a testimone Iddio.

Non è tornato a casa tra le colline di Albinea che lo avevano visto nascere e crescere, che amava e conosceva come le sue tasche.

Da giovane comandante partigiano viaggiava di casolare in casolare su verso la montagna, benvoluto per l’onestà, l’intelligenza, le capacità, la nobiltà d’animo.

E’ stato ucciso a ventiquattr’anni, a pochi giorni dalla liberazione. Un delitto in economia, quasi rituale,un po’ di fil di ferro e una pallottola come animale al macello, quando si dice il valore della fede, della famiglia.

Solo grazie a Daniela, una nipote che non ha potuto conoscere ma che gli vuol bene, la sua storia non è morta come la sua giovane vita in una indifferenza coltivata nella paura o nell’odio.

Purtroppo quando finì di infuriare la bufera calò la nebbia, molte le ombre nell’oscurità. Nel gennaio 1946, sei pallottole malcentrate porteranno comunque alla morte Giorgio Morelli che non ha paura. E’ un giovane partigiano insorto a diciassette anni contro il nazifascismo. E’ un vincitore, nobile d’animo, assetato di libertà e giustizia con uno stupendo nome di battaglia “Il Solitario”.

Il sangue dei vincitori riproduce all’infinito un sospetto che cresce invece di essere risolto.Più aumenta la retorica, più aumenta l’imbarazzo: che non diventi vergogna.

La Resistenza è il fondamento della nostra democrazia, è la nostra libertà, un lascito pagato col sangue dei vincitori. Lo sguardo che ci lega in eterno a loro deve essere sereno e finalmente in pace. Pacificato e non abusato.




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17 luglio 2005

Yuri Torri e Pietro Gentili Quaderni Storici Sarzanesi maggio 2005

.

Un ragazzo di nome Mario e un partigiano di nome Azor.

Il libro di Daniela Anna Simonazzi[1].

 

(a cura di Yuri Torri e Pietro Gentili)

 

Mario Simonazzi, classe 1920, nacque a Borzano da una famiglia povera, capace comunque di affrontare le ristrettezze sempre con una certa serenità, confortata da una fede profonda. Mario, ai più noto come Azor, valoroso comandante partigiano della IV zona: la collina reggiana da Rivalta a Montericco, da Codemondo a Borzano...

Mario Simonazzi, Azor, venne assassinato. Così recita il cippo eretto in sua memoria dagli amici nel cortile delle scuole elementari di Albinea.

L’omicidio avvenne nel marzo  del ‘45. E nonostante ci sia stato un processo nei primi anni ’50 che portò all’individuazione dei presunti colpevoli, il caso desta ancora interesse. Azor non morì infatti per mano dei tedeschi, o dei fascisti. L’omicidio maturò negli ambienti della Resistenza. Il “caso Azor” apre quindi uno squarcio sulle deviazioni che riguardarono alcuni settori, pure limitati, della lotta partigiana.

Resta tuttavia aperto l’interrogativo sul perché venne ucciso.

Interrogativo che si pone Daniela Anna Simonazzi, nipote di Azor , nel suo recente volume Azor. La Resistenza “incompiuta” di un comandante partigiano.

Il libro ripercorre la vita di  Mario Simonazzi dalla giovinezza trascorsa tra la casa di Borzano e l’oratorio San Rocco di Reggio; fino alla Resistenza nelle Squadre d’Azione Patriottica (SAP) .

 

Nacque l’8 settembre 1920 a Borzano, primo di otto fratelli. Il padre era falegname. Decisiva per la sua educazione fu la lettura della Bibbia, esercitata regolarmente in famiglia. Famiglia che, nonostante le ristrettezze economiche, faceva dell’educazione un punto fermo.

Il piccolo Mario frequentò a Borzano le scuole elementari. La maestra era Maria Rossi, madre di Giorgio Morelli -amico di Mario-  che sarà un personaggio chiave della Resistenza Reggiana, noto con il nome di battaglia “Il Solitario”.

La predisposizione e i risultati ottenuti negli studi convinsero i genitori a farlo proseguire.

Fu quindi iscritto all’oratorio San Rocco di Reggio, già sede del seminario e di diverse altre iniziative. Fu qui che Mario Simonazzi entrò in contatto con l’Azione Cattolica e vi aderì.

Terminati gli studi mantenne l’impegno nell’Azione Cattolica e immediatamente cercò un impiego per essere d’aiuto alla famiglia. Già nel 1937 fu assunto presso le Officine Reggiane dove gli vennero assegnati in particolare incarichi relativi al settore tecnico e al personale .

L’ esperienza alle Reggiane fu importante nel formare la sua capacità organizzativa.

Nel giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra. Così anche Mario fu chiamato a prestare il servizio di leva. Fu chiamato nel febbraio 1941, dopo che per quasi un anno le Reggiane riuscirono a rinviare la sua partenza dal momento che ritenevano il suo impiego presso le officine strettamente necessario.

Simonazzi prese servizio subito presso il Ministero dell’Aeronautica, a Roma. In seguito fu distaccato in altre zone della penisola. Il congedo arrivò nell’agosto 1942. Di nuovo Mario riprese il lavoro alle Reggiane dove fece buona mostra delle proprie capacità organizzative e di attaccamento ai luoghi d’origine riuscendo ad ottenere una corriera per gli operai delle Reggiane della zona di Albinea. Proseguiva intanto il suo impegno nell’Azione Cattolica e cresceva la devozione per la Madonna di Lourdes custodita al santuario di Montericco, meta di continui pellegrinaggi.

L’armistizio reso noto l’8 settembre 1943 segnò una svolta per gli italiani, ma soprattutto per i giovani che, come Mario, non avevano intenzione di servire la Repubblica Sociale. Si aprì quindi la fase della Resistenza e della Lotta di Liberazione.

Mario, con l’amico Giorgio Morelli, collaborava alla pubblicazione e divulgazione dei Fogli Tricolore, tra le prime pubblicazioni libere di quel periodo. Il primo numero è del settembre 1943. Scritto in tedesco, invitava i soldati tedeschi a disertare da Hitler. I numeri successivi si richiamano apertamente all’esperienza del Risorgimento.

Nel maggio 1944 Mario Simonazzi, con il nome di battaglia di Azor, raggiunse il Comando della Brigata Reggiana in Montagna e venne assegnato al gruppo dei guastatori che si occupavano della costruzione di ordigni e azioni di sabotaggio contro i tedeschi. Emersero da subito le sue perplessità verso le componenti più ideologizzate e disorganizzate del movimento, più forti in montagna rispetto alla pianura.

Azor rientrò quindi nel comune di Albinea e organizzò il 3° distaccamento SAP.

Fu il primo nucleo di combattenti che diede vita alla storica “IV zona: Montericco prima, poi Borzano, Albinea, Regnano, Fogliano, Tabiano, Viano, Puianello, Rivalta” (p. 43).

Il comando di Azor si caratterizzava per la volontà di mantenere in secondo piano le dispute politiche, fonte inevitabile, a suo modo di vedere, di pericolose divisioni. Riteneva invece che, per combattere i tedeschi con un certo successo, occorresse un movimento patriottico unito. Una volta raggiunta la vittoria ci sarebbe stato spazio per il dibattito politico. Una simile concezione mise però Azor  in una posizione scomoda,  tutt’altro che condivisa. Per evitare l’isolamento tenne stretti contatti con due suoi collaboratori: Anselmo Menozzi (Paolo) e  Piero Cipriani (Aldo).

Scomparsi entrambi nei primi mesi del ‘45 : Paolo in febbraio e Aldo in aprile.

È interessante notare, scrive Daniela Anna Simonazzi, come la posizione di Azor coincida con quella degli esponenti cattolici della Resistenza. Uno su tutti Giuseppe Dossetti, che aveva avuto modo di denunciare “la specifica attività di partito svolta finora da alcune formazioni garibaldine che arriva a configurarsi come organizzazione sistematica e clandestina di cellule politiche” (p. 52).

La conduzione della Lotta di Liberazione impressa da Azor lo portò poi a scontrarsi  con alcune bande “irregolari” della zona che sfruttavano il pretesto della lotta per ottenere obiettivi personali. Al contrario Simonazzi si dimostrò molto scrupoloso nel condurre una Resistenza che non provocasse alla popolazione disagi ulteriori rispetto a quelli già tremendi portati dalla guerra.

Azor si lamentò ripetutamente con il Comando di Montagna per soprusi e rapine commesse anche, e soprattutto, nella sua zona di competenza. In una lettera al Comando chiese: “nessuna pattuglia armata entri nel cerchio della IV zona, per poter facilmente individuare i responsabili di questa o quest’ altra azione, dannosa per la lotta comune…” (p. 62).

Nel gennaio 1945 Mario Simonazzi venne rimosso dal comando del battaglione che si occupava della sua zona d’origine. Fu promosso alla vicedirezione della 76a Brigata SAP, comandata da Paride Allegri (Sirio). La mossa era dettata dalla grande popolarità di cui Azor godeva tra i partigiani delle SAP.

Ma aveva come effetto di toglierlo dalla zona che meglio conosceva, rimpiazzandolo con “altra persona di altra mentalità” (p. 65). A seguito di questa promozione Azor rischiò di trovarsi ancora più isolato. Anche se decise, comunque, di non allontanarsi dalla zona di Borzano-Albinea.

La posizione di Azor si fece in quel momento piuttosto critica. Venne affiancato nella sua attività da un commissario politico, una figura estranea a quella che era la sua concezione della Lotta di Liberazione, che teneva la politica in secondo piano.

Entrò in contrasto con bande irregolari, che fregiandosi del nome di partigiani compivano vere e proprie azioni criminose. Ed entrò in contrasto con le frange più ideologizzate della Resistenza che ritenevano la politica un fattore di primo piano della Lotta. Il clima intorno a lui si fece pesante, come dimostra la frase di un partigiano riferita già tempo prima della scomparsa di Azor, secondo cui lo avrebbero eliminato: “lilò al an fora (lui lì lo fanno fuori)” (p. 67).

Tra febbraio e marzo del 1945 uno dei più fidati compagni di Simonazzi, Anselmo Menozzi (Paolo), scomparve. Il suo cadavere venne ritrovato il 24 agosto nei pressi del Tresinaro. Mentre l’altro compagno di Azor, Piero Cipriani (Aldo), scomparve il 21 aprile dello stesso anno e non fu mai ritrovato.

Tra i due episodi si situano la scomparsa e l’omicidio di Mario Simonazzi.

Azor scomparve la sera del 21 marzo 1945. La sera stessa o nei due giorni seguenti verosimilmente fu ucciso, stando al racconto della nipote o a Tabiano o proprio al Fontanaccio, in località Lupo di Vezzano s/c, dove normalmente aveva sede il Comando di Brigata. E dove, nell’agosto dello stesso anno, il corpo fu rinvenuto fortuitamente da una donna che nel bosco raccoglieva legna.

La scomparsa di Azor non passò inosservata. L’ amico Giorgio Morelli, dalle colonne del suo giornale, La Nuova Penna, si impegnò in approfondite inchieste e in una vera e propria battaglia per portare allo scoperto i colpevoli e i motivi dell’omicidio.

Nonostante le difficoltà opposte dalla scarsa collaborazione e un attentato che colpì lo stesso Morelli nel gennaio 1946, si giunse dopo quattro denunce a un processo.

Del processo si sono persi gli atti per cause misteriose . Daniela Anna Simonazzi però lo ricostruisce grazie ad alcune testimonianze e alla stampa dell’epoca. Il procedimento si reggeva sulla solida testimonianza di tale Ernesta Poncemi,  che “afferma di aver assistito a una lotta tra Azor, Lugarini, Canovi e Brevini, i quali riuscirono a strappare la borsa dalle mani dell’Azor stesso. Quindi, aggiunge la teste, si sentì uno sparo…” (p. 105).

Il processo si chiuse nel 1951 con la condanna di Lugarini e Brevini a 15 anni di carcere. Tre anni dopo in appello Lugarini sarà assolto per insufficienza di prove. Seppure la sentenza indichi un colpevole non scioglie però tutti i dubbi. Nelle pagine conclusive del libro la Simonazzi cita una frase di Lugarini: “La m’ è tucheda a me (è toccata a me), come se fosse servito da copertura ad altri” (p. 110).  La conclusione del processo, con il soggiorno di alcuni imputati in Cecoslovacchia (resisi così non perseguibili), ricorda da vicino altri delitti misteriosi avvenuti nella bassa sul finire della guerra.

 

Daniela Anna Simonazzi nel suo breve volume ricostruisce puntualmente la vita di Mario Simonazzi, il comandante Azor. La sua formazione, l’educazione, cruciali entrambe per capire a fondo la sua vicenda umana nella Resistenza. E ricostruisce puntualmente, per quanto possibile, la sua misteriosa scomparsa e la  morte.

Il libro della Simonazzi scosta il velo che per anni ha coperto alcune fasi oscure della Lotta di Liberazione con cui è necessario fare i conti. Senza per questo mettere in discussione i valori che stavano alla base di quella Lotta che avrebbe portato : Democrazia e Pluralismo, Libertà e Giustizia. I valori che unirono tutte le componenti dell’ assemblea Costituente.

Occorre ricordare che una parte dei partigiani comunisti considerava la Resistenza come l’avvio di una sorta di rivoluzione proletaria. Con l’esilio di Togliatti a Mosca era rimasta forte in Italia la frangia del PCI più legata alla tradizione rivoluzionaria e insurrezionalista. La frangia che Togliatti emarginò a livello dirigenziale con la fondazione del “partito nuovo” a partire dal suo ritorno a Salerno nel 1943.

Le idee rivoluzionarie mantennero però una certa presa su parte della base anche nei mesi successivi alla Liberazione. In proposito Giampaolo Pansa ricorda nel suo (discusso e discutibile) libro Il sangue dei vinti, un discorso pronunciato a Reggio proprio da Togliatti nel 1946. Riferendosi ai delitti del cosiddetto “Triangolo della Morte”, la cui dinamica è per molti versi simile all’omicidio di Azor, il segretario del PCI affermò: “questi fatti di sangue fanno ricadere sul nostro partito una parte di responsabilità. Il Partito non doveva soltanto pronunciarsi contrario ai fatti quando essi erano già avvenuti, ma doveva saperli prevedere” (p. 345). Nelle stesse pagine Pansa tratta anche in maniera incidentale la vicenda di Mario Simonazzi. Dedicando più attenzione alle vicende de La Penna di Giorgio Morelli.

Secondo Pansa il discorso del Segretario del PCI “Era l’annuncio che il vertice della federazione sarebbe stato silurato” (p. 345). Come a livello nazionale, anche a livello locale, la frangia “rivoluzionaria” più ideologizzata veniva emarginata dai ruoli dirigenti del Partito secondo la linea del nuovo segretario.

Solo un cenno per chiarezza meritano le bande “irregolari” con cui Azor ebbe a scontrarsi. Ci furono anche individui che coprendosi indegnamente del nome di partigiani perseguirono il fine dell’arricchimento personale. È ovvio che queste persone non sono da confondersi con i patrioti che combatterono e diedero la vita per la Liberazione del paese dal nazi-fascismo. 

Concludendo, il libro di Daniela Anna Simonazzi è importante perché pone questioni ineludibili relative a temi spesso trascurati, ma dalla cui chiarezza può scaturire un rafforzamento dei veri valori della Resistenza. E perché ricorda una figura importante per la nostra provincia proprio per i valori che incarnava e che ha affermato anche a costo della vita.

 

Ma per cercare di cogliere a fondo e indagare in modo più autentico, ragioni e spirito che animano e stanno dietro o dentro le parole, abbiamo contattato direttamente l’autrice rivolgendole alcune domande.

 

Da dove è nata l’esigenza di ricostruire la vicenda di Azor?

 

In primo luogo è stata un’esigenza personale nata dal desiderio di conoscere una storia che mi ha sempre incuriosita, fin da bambina quando ne sentivo parlare da familiari e amici che hanno custodito nel loro cuore il ricordo di Azor.

Dal desiderio di sapere è poi maturata in me la convinzione che era doveroso  ricordare e riportare alla luce questa nobile figura di giovane impegnato nella Resistenza anche per rimediare ad un ingiusto silenzio.

Sono partita dal giorno in cui è nato l’8 settembre 1920, ripercorrendo quindi tutte le tappe della sua formazione umana e spirituale: gli studi al collegio San Rocco, il lavoro alle Reggiane, l’impegno nell’Azione Cattolica, la formazione militare nell’Aeronautica, senza trascurare le sue passioni giovanili come il gioco del calcio, il teatro, gli amici.

Un patrimonio di esperienze forti e significative che hanno connotato in seguito anche la sua partecipazione alla Resistenza, iniziata già dal settembre ’43 con la divulgazione dei Fogli Tricolore, insieme a Giorgio Morelli e altri giovani studenti.

 

Quali sono state le fonti dalle quali ha attinto per la stesura del libro?

 

Prima di tutto ho raccolto il carteggio familiare.  

Contemporaneamente ho iniziato ad avere contatti con gli amici di mio zio e ad ascoltare i loro racconti,  ho fatto interviste a tanti partigiani girando molto nelle mie zone (Albinea e dintorni) e in montagna dove ci sono  anziani e sacerdoti che hanno vissuto quel periodo. Inoltre ho parlato con alcuni storici e persone impegnate nel campo della ricerca dopo aver letto buona parte dei libri sulla storia della Resistenza.

Ho visitato numerosi archivi e biblioteche poi sono andata alla ricerca del carteggio della  76esima brigata SAP, di cui Azor era vice comandante, presso l’Istituto storico della Resistenza reggiana. Tutto questo percorso di ricerca delle fonti orali e scritte è citato alla fine del mio libro a testimoniare che il lavoro è stato costruito seguendo la metodologia della ricerca storica.    

 

Quali sono i caratteri salienti che permettono di tratteggiare la figura di Azor?

 

Quello che io ho colto di lui e della sua personalità dai vari racconti che ho ascoltato mi rendono l’immagine di un giovane con una forte personalità, molto coerente ai suoi ideali di fede e di giustizia, rispettoso delle opinioni degli altri e sempre aperto al dialogo anche con chi aveva idee differenti dalle sue.

I suoi amici lo definivano un “volitivo”, termine ora poco usato, ma che indica la forte volontà che tutti riscontravano in lui. Aveva un’energia incredibile, girava a piedi e in bicicletta dalla pianura alla montagna, il Solitario per questo scrisse “ tutti conoscevano Azor il suo nome era sulla bocca di tutti”.

Era molto attento ad utilizzare tutto il suo tempo al meglio, poi pensava molto alle cose, era scrupoloso nelle decisioni che doveva prendere. Sicuramente umile e altruista, attento soprattutto ai bisogni dei poveri. Ancora oggi tante persone che lo hanno conosciuto e ospitato nei loro casolari ai tempi della lotta lo ricordano con affetto e di lui dicono: “era un onesto”. 

Aveva una grande capacità nel rapportarsi con chiunque, dalla persona colta a quella più umile. Una dimostrazione dell’affetto che la gente aveva per lui sono stati i suoi funerali, ai quali parteciparono tremila persone scese dalla montagna e venute dalla pianura.

 

Quale è stata l’importanza dell’educazione ricevuta  da Azor nella sua famiglia?

 

La famiglia ha avuto un ruolo fondamentale nella sua formazione. 

Mario è cresciuto in una famiglia molto povera e numerosa, dove non venivano trascurati i valori cristiani e umani, mio nonno raccomandava sempre il rispetto per sé e per gli altri, in famiglia si pregava e si lavorava insieme, i figli grandi dovevano essere d’esempio e aiutare i piccoli.

Molto importante per il nonno era lo studio. Così fece grandi sacrifici per mandare Mario al San Rocco anche questa una grande scuola di umanità. Mario è stato molto stimato e amato da tutta la  famiglia.

Aveva poi un legame speciale con la madre. Infatti tutto quello che faceva lo confidava a lei e non mancava mai di fare un salto a casa per rivedere i suoi anche durante la clandestinità.

 

Poche settimane fa si è celebrato il 25 aprile; qual è oggi il valore della memoria?

 

È  un valore  da trasmettere alle giovani generazioni in modo sereno evitando di  tradirne il  significato con tanti  discorsi più a carattere politico che storico, questo disequilibrio rischia di creare solo divisioni e spaccature.

Ho dedicato il libro su Azor alle mie figlie che sono giovanissime  quindi dovranno conservare e a loro volta trasmettere questa memoria familiare ma idealmente desideravo rivolgermi  al mondo dei giovani.

Conoscere come hanno vissuto e speso la propria vita tanti ragazzi come Azor  per raggiungere la libertà e la pace mi sembra  “un dovere di riconoscenza” .

Viviamo nell’era di Internet e quindi possediamo magazzini di memoria enormi, ma trascuriamo di raccogliere le memorie che ancora oggi ci possono raccontare tanti anziani che hanno vissuto gli anni duri della guerra, gli episodi tragici e le gloriose imprese della Resistenza.

È importante che  le nuove generazioni riconoscano  il valore della “memoria” come le radici della  loro storia.

Non era mia intenzione con questo libro invadere il campo della storia che lascio  agli storici “professionisti” . La mia motivazione era quella di portare alla luce una vicenda che nessuno ha mai voluto raccontare. Dopo sessant’anni mi sembrava giusto con molta serenità ricostruire la vicenda di Azor per capire se nel contesto resistenziale era lui ad essere “sbagliato” o se erano certe dinamiche da disapprovare.

 

 

 

 

 


 




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17 aprile 2005

Sebastiano Simonini Reporter 15.4.05

La pesante certezza della storia


 E' stato presentato alla fine di gennaio il libro "Azor. La Resistenza incompiuta di un comandante partigiano", di Daniela Anna Simonazzi.


 L'autrice, nipote del protagonista della vicenda (che ovviamente mai ha potuto conoscere), ha sviluppato una ricerca approfondita, lucida, equilibrata in ogni sua parte. E di vera storia si tratta, pesante con tutta la sua tragica concretezza.


Il libro, sebbene sviluppato in forma di saggio storico, si legge come un avvincente romanzo, coinvolge pagina dopo pagina ed illumina con nuova luce una vicenda, fino ad oggi curiosamente secretata, emblematica della nostra storia recente. Di fronte alla quale, è inutile negarlo, il coinvolgimento emotivo gioca ancora la sua parte. Tre rapide considerazioni.


In primo luogo l'approccio storico-documentaristico, qui sviluppato in punta di penna, è il caso di ripeterlo, si legge come un avvincente romanzo.Ma non vi è nulla di inventato e la documentazione di corredo è ampia e di grande interesse.


Secondo tema, evidente e cruciale: le motivazionidell'assassinio. Azor, comandante partigiano, non era allineato con le direttive po1itiche fìlosovietiche all'epoca impartite alle forze partigiane.
 
Tema difficile, ma inevitabile, attorno al quale ruota il racconto.


Un'ultima nota, quasi una curiosità: perché quasi contemporaneamente al volume della Simonazzi è stato pubblicato un altro libro sul medesimo argomento (curato dallo storico Massimo Storchi, già presidente di Istoreco)? Dopo decenni di silenzio un'improvvisa ribalta. Davvero incuriosisce. (s.s.)




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13 aprile 2005

Giuseppe Caliceti Il Giornale di Reggio 13.4.05


La storia del partigiano Azor

Nei mesi scorsi si è lungo parlato della storia del partigiano Azor. La cosa incredibile è questa: per sessant'anni non ne ha parlato quasi nessuno e nel giro di due mesi sono stati pubblicati su Simonazzi ben due libri. "Azor. La resistenza "incompiuta" di un comandante partigiano", scritto da Daniela Simonazzi – nipote di
"Azor" – per Age di Reggio Emilia (pp.126, euro 12) e il più distribuito e recensito "Sangue al bosco del Lupo", dello storico Massimo Storchi (Aliberti, pp.204, euro 15,90).

Due libri diversi, ma che a tratti si sovrappongono, narrando la storia dimenticata di un giovanissimo eppur esemplare capo partigiano di formazione cattolica. I fatti accertati: Mario Simonazzi "Azor" studia nel collegio annesso al seminario San Rocco dove conosce futuri compagni partigiani tra cui Giuseppe Dossetti; finirà ucciso da alcuni dei suoi stessi compagni partigiani alla vigilia della Liberazione.

Una domanda sorge spontanea.
Perché prima il silenzio e adesso addirittura due libri su un unico uomo e un'unica storia?

Per rispondere occorrerebbe riflettere e indagare a fondo sul rapporto tra Memoria e Identità, tra Memoria della Resistenza e della Liberazione e Scrittura, Narrazione, Linguaggio, Interpretazione, Giudizio Storico. Un terreno complesso e sempre insidioso.

Storchi, già presidente dell'Istituto per la storia della Resistenza di Reggio Emilia, comincia la sua attenta analisi e narrazione solo dal 1944, quando il dipendente delle "Officine Reggiane" Simonazzi diventa "Azor", passando in clandestinità. La nipote, invece, usufruendo anche di testimonianze orali "familiari", si addentra meno in valutazioni storiche e inizia una appassionata quanto scarna narrazione a partire dall'8 Settembre 1920: quando lo zio nacque ad Albinea, primogenito di una famiglia molto numerosa e molto religiosa.

Certo "Azor" Simonazzi è un "partigiano scomodo". Non tanto per la sua formazione cattolica, ma per la sua fine e il suo fermo opporsi alle degenerazioni dell'antifascismo, che, pur in un clima di "guerra civile", portarono anche a sporadiche forme di violenza gratuita e giustizie sommarie ormai pienamente accertate e pubblicizzate, a volte più degli stessi atti di abnegazione, coraggio e eroismo di tanti partigiani, - di gran lunga più numerosi, - che portarono alla Liberazione dalla dittatura del nazi-fascismo.

Personalmente, pur guardando i morti con la stessa pietà, sono contro ogni forma di Revisionismo Storico e/o Facile Pacificazione che metta sullo stesso piano il sangue di chi è morto per ottenere la Libertà e la Democrazia e quello di chi invece difendeva una Dittatura. E anche per questo recentemente sono rimasto stupito da alcuni giudizi che mi sono apparsi fin troppo entusiasti di Massimo Storchi nei confronti degli ultimi delicati best-seller dedicati alla Resistenza a un giornalista come Gianpaolo pansa, a volte fin troppo a caccia di scoop quando scrive libri.

Tuttavia, penso che scrivere un unico libro su "Azor", magari a quattro mani, da parte di due cittadini reggiani, avrebbe giovato non solo alla sua memoria, a entrambi i libri, ai loro autori, ma avrebbe anche evitato la nascita di possibili polemiche e facili strumentalizzazioni, sempre in agguato in questi ultimi anni. Non so come mai e perché questo non sia accaduto e mi dispiace che non sia potuto accadere. Non so neppure se sia stato almeno tentato o auspicato. Ma credo che a sessant'anni da quei fatti fosse un obiettivo possibile, raggiungibile, importante, dovuto.




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8 marzo 2005

Sandro Chesi La Libertà 5.3.05

Azor e il Solitario: la resistenza incompiuta
Cattolici nella resistenza
A margine dei due libri su Mario Simonazzi "Azor" - L'importanza di un profilo biografico completo per comprendere il personaggio e le sue idealità
Giovani vite iniquamente spezzate delle quali troppi vogliono non parlare

Non molti giorni fa il Corriere ha dedicato la sua pagina culturale a una vicenda resistenziale della nostra provincia, "rimossa fino ad oggi dalla storia ufficiale", con un bell'articolo di Sergio Luzzatto: Partigiani contro partigiani. Attingendo dal volume di Massimo Storchi Sangue al bosco del lupo, recentemente uscito, l'articolista rievoca la drammatica vicenda del comandante Azor (Mario Simonazzi) che il 21 marzo 1945 fu ucciso da partigiani comunisti con un colpo alla nuca e il cui corpo fu ritrovato solo nell'agosto successivo.

È un contributo prezioso per una visione più completa della Resistenza che, se conferma la sua motivazione essenziale come lotta per la riconquista della libertà, ha avuto, accanto a luci, anche ombre non piccole, soprattutto nelle nostre zone: il cosiddetto "triangolo della morte".

Opportunamente il Luzzatto ricorda che già nel dopoguerra la letteratura aveva incominciato con Fenoglio, Calvino, Cossola a "guardare da subito al lato più oscuro della luna partigiana: la guerra civile dentro la guerra civile". Nelle nostre zone, infatti, nelle brigate Garibaldi, che costituivano il grosso della formazione, l'idea predominante era la conquista del potere per instaurare la democrazia non come poi la disegnarono i nostri costituenti, ma come la concepiva l'ideologia marxista e cioè "democrazia popolare", copia fedele ed obbediente della dittatura sovietica.

Se certi partigiani furono uccisi dai loro capi, come il vecchio Blister dei Ventitré giorni della città di Alba di Fenoglio, perché avevano rubato oro e gioielli, ci fu anche chi fu eliminato perché non tollerava l'obiettivo ostentato da tutto il rosso delle brigate Garibaldi, propagandato dai commissari politici, sostenitori di esecuzioni sommarie anche di futuri possibili oppositori.

Proprio come qualcuno pensò di Azor che - come scrive Luzzatto - per nulla colpevole di reati comuni, ebbe il torto di aver voluto "combattere una sua Resistenza alla Robin Hood, con i compagni più fidati, cavalleresca piuttosto che feroce, militare molto più che politica", tanto che fu presto giudicato "pericoloso" per i futuri assetti.

Aspetti biografici fondamentali

E' peccato che a Luzzatto non sia giunto anche l'altro libro uscito una settimana prima di quello di Storchi e cioè: Azor. La resistenza incompiuta di un comandante partigiano di Daniela Simonazzi: una nipote che pur non avendo compiuto studi storici, ci ha però regalato una ricerca seria nel metodo, accurata ed esaustiva nel contenuto, abbracciando tutto l'arco della vita di Azor, mentre Storchi si è limitato al puro periodo partigiano.

Senza nulla togliere a quest'ultimo studio dell'ex presidente dell'Istoreco, i capitoli iniziali del lavoro della Simonazzi si rivelano di un’importanza fondamentale. Descrivendoci i luoghi della sua infanzia e adolescenza, l'ambiente familiare, la scuola, il lavoro, il servizio di leva del giovane Azor, l'autrice ci disegna indirettamente anche il ritratto interiore di questo ragazzo dallo sguardo serio, limpido e maturo più di quanto l'età comportasse, ritratto utilissimo per capire i comportamenti del comandante partigiano e le affinità "elettive" con alcuni suoi compagni di lotta, tra cui primo l'altrettanto limpido e intemerato "il Solitario": Giorgio Morelli.

La famiglia di Azor è povera, numerosa - sono sette fratelli viventi - e non sempre è facile mettere a tavola tante bocche. Lui è il più grande, è intelligente, può riuscire negli studi. La famiglia, religiosa, lo manda nel ginnasio del piccolo seminario San Giuseppe, aperto da un santo sacerdote, don Dino Torreggiani, per ragazzi per i quali il pagamento della retta è un problema. È situato nel mitico oratorio di San Rocco, nel cuore della città. San Rocco oggi dice poco ai reggiani, ma fino al '40 era l'oratorio ove confluivano numerosissimi ragazzi reggiani per ore di catechismo, di svago; era seminario; luogo di ospitalità per barboni; scuola e ritrovo per militari e tante altre cose.

Lì, oltre a don Dino, Azor conobbe Dossetti, che avrebbe poi ricontattato nel periodo resistenziale. Uscito da San Rocco voleva farsi missionario, ma gli eventi lo condussero su altre strade. Entrò con il padre e il fratello alle Reggiane Avio, ove raggiunse una notevole competenza nel settore dei motori di aviazione e dove la direzione lo rivolle, pur essendo stato chiamato a Roma per il servizio di leva. Ma anche alle Reggiane allacciò rapporti con persone eccezionali culturalmente e spiritualmente, come l'ing. Piani e l'ing. Alberto Toniolo, nipote del grande Toniolo dell'800 e dell'Opera dei Congressi. Nel frattempo fu delegato aspiranti in parrocchia, poi presidente della GIAC, in relazione con il centro e con il presidente diocesano Baldini, frequentatore di convegni e tre giorni, che lo radicarono nella fede, ne foggiarono una irreprensibile moralità, innestata in un carattere concreto, determinato nelle azioni, rispettoso del prossimo.

Due concezioni a confronto

Quando il pesante bombardamento dell'8 gennaio '44 colpì le Reggiane e alcune produzioni dovettero essere decentrate, si licenziò, e scelse la strada della montagna, dove immediatamente sentì l'urto con l'ambiente garibaldino e dei commissari politici. Sintomatica la sua affermazione: "L'indottrinamento marxista è più intenso delle esercitazioni militari".

Erano a confronto due concezioni dalla coesistenza difficile (ecco perché più tardi Carlo Orlandini diede vita alle Fiamme Verdi): da un lato il marxismo - leninismo, la lotta di classe, il perseguimento anche violento del potere; dall'altro la dottrina sociale della Chiesa, l'umanesimo di Maritain, il personalismo di Mounier.

Per cui Azor preferì subito ridiscendere in pianura, organizzare una squadra SAP nella sua zona, con idee precise, tra le quali quella di evitare il più possibile danni alle popolazioni - moltissimi lo conobbero e lo amarono - procurare armi e fondi per la lotta - fondi che riusciva a raccogliere più facilmente di altri per la stima di cui godeva - compiere azioni audaci ma ben circoscritte - e cercando sempre di evitare il più possibile spargimento di sangue anche "nemico" se non strettamente necessario, allergico sempre alla figura del "commissario".

Tutto ciò però - sorvolo sulle vicende che chi sarà interessato potrà leggere nei due libri, che consentiranno uno stimolante arricchimento e confronto tra due diversi modi di fare storia - portò il comando comunista - il commissario Eros in testa - dalla tentazione alla decisione: Azor era un alleato scomodo, perciò da eliminare, come avvenne appunto, il 21 marzo '45. Non se ne seppe più nulla fino all'agosto, come dicemmo.

Come lui furono eliminati due suoi amici che dovevano in un certo senso proteggergli le spalle (era stato avvertito dei pericoli interni cui si esponeva); uno, Paolo, ucciso prima di lui e l'altro, Aldo, dopo, il 21 aprile: di quest'ultimo non è più stato ritrovato il corpo.

Della sua scomparsa improvvisa si diedero motivazioni fasulle (è andato oltre le linee, è salito in montagna, è partito per una missione...) e ci fu anche chi cercò di incrinarne la figura morale parlando di "fondi" partigiani scomparsi (ma poi riapparsi).

Il Solitario: "Non odio nessuno"

La famiglia comunque, subito dopo il 21 marzo e ancor più dopo il 25 aprile, fece ricerche nelle quali svolse un ruolo di primo piano, altrettanto tragico, un'altra figura di giovane che non può non essere ricordato in questo sessantesimo della Resistenza: Giorgio Morelli, nome di battaglia "il Solitario". Morelli era già amico di paese, di Azione Cattolica; anche lui nato in una famiglia di solidi valori cristiani, figlio di un vecchio attivo membro del partito popolare sturziano; sono in sintonia piena di idee. Entrambi sono tra i fondatori, redattori del primo foglio resistenziale. I fogli tricolore, semplici ciclostilati diffusi da giovanissimi già nel settembre del '43. Morelli ha appena 17 anni, idealista, determinato come l'amico; ha il dono di una penna intelligente, agile, coinvolgente con la quale, quando vuole, sa toccare pure le corde della poesia. Non ha paura di nulla.

Sul finire della guerra quando la stagione dei Fogli tricolore si è fatta lontana, incomincia a scrivere con alcuni amici - in particolare Eugenio Corezzola ("Luciano Bellis") - un foglio clandestino: La penna, che diventa, dopo il numero del 24 agosto, La Nuova penna. Sulle sue colonne inizia la sua battaglia per smascherare gli assassini dell'amico Azor con una serie martellante di articoli. Scrive del ritrovamento del corpo, del funerale con più di tremila persone con "solo bandiere tricolori", delle denunce del padre contro ignoti - ben quattro - le quali scompaiono regolarmente dalla questura (riempita da Eros di poliziotti ex gappisti) e che ricompaiono miracolosamente dopo che il Solitario informa la popolazione delle carte scomparse con un manifesto affisso sui muri della città a cura della Brigata Fiamme Verdi. Insomma dall'ottobre al dicembre '45 è un martello: "Chi ha ucciso Azor?"; ma scrive anche di Aldo, di Paolo e di altri assassinati anche dopo la fine delle ostilità.

Viene espulso dall'ANPI con alcuni amici. Allora scrive a Eros: "...abbiamo semplicemente chiesto che tra i patrioti veri della Resistenza più non avessero a rimanere i delinquenti comuni, i ladri di professione, gli uomini dalle mani sporche di sangue innocente ...oggi hai tentato di bollarci con una espulsione. Eros questa è la tua confessione...".

Ma il 27 gennaio '46, di sera, gli spararono alle spalle sei colpi di rivoltella. Uno solo lo raggiunge, lo trapassa, lo porterà a morte l'anno seguente. Tra le ultime parole dette alla sorella che lo assiste - ricorda la Simonazzi - c'è la sua interiorità: "Sono tranquillo, so di essere in pace con gli uomini e con Dio, non odio nessuno".

Anche per questo sono morti

Quante altre cose vorrei scrivere di questi due splendidi ragazzi, ma lo spazio è tiranno. Ma non posso non dire perché ho scritto queste righe. Non per un qualche spirito di parte, o perché non sento gli ideali veri della Resistenza (a scanso di equivoci mio fratello fu medaglia di bronzo al valore della Resistenza): fu sacrosanta la battaglia per la libertà. Ma provo dolore: perché i giovani ignorano purtroppo queste tempre foscoliane (a egregie cose il forte animo accendono l'urne dei forti - scriveva il poeta - ), rischiando l'abbandono alla "dolce vita" di questi nostri troppo ricchi tempi; perché la Resistenza qualche volta viene esaltata con toni retorici, che finiscono per ignorarne i contenuti veri; perché non scompare dalla mia memoria l'orrore della guerra e ancor più della guerra civile.

Ma soprattutto perché penso a quelle giovani vite ingiustamente e iniquamente spezzate, di cui molti, troppi non vogliono parlare.

Ma se la libertà si chiama Libertà... parliamone noi, ricordiamoli noi, dato che ancor oggi c'è chi vuol tacere, sa e non parla, neppure in anonimo o pseudonimo. Ancor non molti anni e le generazioni che vissero quei tempi saranno scomparse.

I familiari di Azor, del Solitario e di Paolo hanno una tomba su cui porre un fiore: quelli di Aldo no (e potremmo parlare anche di altre "storie"). Perché davvero non contribuire alla pace e far pervenire un segnale, un'indicazione a chi ancora attende?

Anche per questo sono morti Azor, il Solitario e tutti coloro che Teresio Olivelli, nella sua famosa preghiera, definì "ribelli per amore".




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7 marzo 2005

Dott. Roberto Beretta L'Avvenire 2.3.04

REVISIONISMI
In due libri la vicenda di Mario Simonazzi, «censurata» per 60 anni Per lo storico Storchi fu un illuso che faceva scelte «intransigenti»

Partigiano Azor, la doppia verità

Lo «scomodo» vice-comandante cattolico emiliano fu eliminato dai comunisti alla vigilia della liberazione:non voleva ideologie e giustizie sommarie
Fu il modello di ciò che avrebbe potuto essere la Resistenza senza gli abusi delle violenze gratuite

Di Roberto Beretta

Avrebbe voluto fare il missionario, invece finì partigiano. E il nome di battaglia lo scelse sulle pagine del Vittorioso, il settimanale dei giovani cattolici: quello di un eroe africano a fumetti che collabora coi missionari per convertire la sua tribù. «Azor». Per sessant'anni non ne ha parlato quasi nessuno, adesso sono addirittura due i libri usciti in due mesi per Mario Simonazzi, vice-comandante partigiano di Reggio Emilia ucciso il 23 marzo 1945 da altri partigiani, che poi ne occultarono il corpo in un bosco. Eccone i titoli, in ordine d'apparizione: Azor. La Resistenza "incompiuta" di un comandante partigiano, scritto da Daniela Anna Simonazzi - nipote di «Azor» - per Age di Reggio Emilia (pp. 126, euro 12) e Sangue al bosco del Lupo dello storico Massimo Storchi (Aliberti, pp. 204, euro 15,90). I volumi si sovrappongono a tratti, narrando la storia dimenticata di un giovanissimo eppure esemplare capo partigiano: completo nella formazione militare, abile nei rapporti umani, integerrimo moralmente, instancabile nei suoi compiti. Nello stesso tempo, però, i due libri marcano una strana differenza d'interpretazione, la stessa - si direbbe - che segnala il divario esistente nella lettura della Resistenza tra cattolici e comunisti. Storchi - già presidente dell'Istituto per la storia della Resistenza di Reggio Emilia - comincia infatti l'analisi solo dal 1944, quando il dipendente delle «Officine Reggiane» Simonazzi diventa «Azor» passando in clandestinità. La nipote invece (e forse non solo grazie al possesso di testimonianze familiari) inizia dall'8 settembre 1920: quando lo zio nacque ad Albinea, primogenito di una famiglia molto numerosa e molto religiosa, e dalla sua formazione fortemente cattolica. Mario aveva studiato in un collegio annesso al seminario - il «San Rocco» - dove conobbe vari futuri compagni partigiani e anche Giuseppe Dossetti; che fu tra i pochissimi a interessarsi della sua sorte dopo l'improvvisa scomparsa. «Azor» insomma rappresenta un a visione poco frequentata della Resistenza, di cui i cattolici potrebbero persino vantare una certa primogenitura se già il 16 settembre 1943 (una settimana dopo l'armistizio, cioè, e molto prima di qualunque Cln) sotto le porte dei reggiani appaiono i «Fogli Tricolore»: ciclostilati patriottici, apolitici e naturalmente clandestini scritti e diffusi proprio da Simonazzi, Giorgio Morelli e altri pochi giovani che li stampavano col ciclostile fornito dal parroco del Duomo. Parentesi: Morelli diventerà poi «Il Solitario», un altro grande della Resistenza cattolica reggiana, un altro partigiano trucidato dai partigiani; morirà infatti nel 1947 per i postumi di un attentato subìto a causa dei suoi articoli «scomodi» sul periodico La Nuova Penna, tra cui l'inchiesta «Chi ha ucciso Azor?» . E ci saranno almeno due altri resistenti cattolici fatti fuori, a corredo della vicenda di «Azor». Massimo Storchi, molto preciso a collocare il suo lavoro tra i frastagliati contorni della Resistenza reggiana, induce però a interpretare il tentativo di Simonazzi come quello di un utopista, un «poeta che viveva fuori dalla realtà» - come scriverà di lui dopo la guerra il suo comandante partigiano. Perché? Beh, «Azor» rifiutava per esempio le requisizioni partigiane, compiute armi alla mano e spesso di notte da bande non sempre regolari; si ribellava alle azioni militari gratuite, che provocavano rappresaglie tra i civili - e non per niente la gente lo considerava un mito; vietava le esecuzioni sommarie (una volta si accontentò di fare una ramanzina ai soldati di Salò presi prigionieri, prima di rilasciarli); soprattutto era assolutamente contrario alla politicizzazione della lotta: «Liberiamo l'Italia, poi ci occuperemo dei partiti», era solito dire. E infatti nelle sue formazioni rifiutava il commissario politico, tipica funzione comunista. Certo che così «è Azor a essere fuori sintonia con l'orientamento generale degli eventi», scrive lo storico; sì, egli si muove «in pericolosa co ntrotendenza», la sua «scelta... intransigente diventa la più rischiosa», quasi cercasse «una Resistenza come, forse, non avrebbe mai potuto essere»... Ma non sta appunto qui la forza assoluta della sua figura, e del suo sacrificio? «Azor» era scomodo perché si oppose alla degenerazione dell'antifascismo, perché fu il modello di ciò che avrebbe potuto essere la Resistenza senza gli abusi cui l'abituarono spesso l'ideologia e la tattica interessata. Il tragico è che la sua scelta non dipendeva solo da scrupolo «morale», ma anche da un calcolo d'efficacia: come ben documenta il libro della nipote, e consente del resto Storchi. Andando infatti di persona a parlare con i possidenti della zona, rilasciando regolare ricevuta per il rimborso, garantendo che i loro beni non sarebbero più stati taglieggiati, «Azor» aveva conquistato la fiducia delle controparti e ottenuto da un industriale reggiano addirittura un milione di «tassazione partigiana»: cifra iperbolica per i tempi. Così come, ribellandosi agli sconfinamenti nella sua zona dei partigiani «di montagna», le formazioni garibaldine, Simonazzi non voleva garantirsi la tranquillità (come lo accusò un comandante comunista) bensì contrastare un preciso indirizzo del Pci ai suoi militanti affinché occupassero tutti gli spazi e i ruoli-chiave della Resistenza (lo lamenterà poi lo stesso Dossetti) per preparare la transizione al potere dopo la liberazione. Insomma, il dramma di «Azor» si colloca a cerniera (anche geografica) di una radicale dialettica ideologica e talvolta di un confronto militare - non si contano le intimidazioni delle formazioni "rosse" sui "bianchi" - tra forze partigiane: proprio l'aspetto che si cercò di cancellare con l'appiattimento retorico sull'«unitarietà» del Cln. Se ebbe un torto, «Azor», fu quello di essere troppo solo; ma forse preferì non coinvolgere altri perché sapeva di rischiare la vita. Come ha scritto Sereno Folloni, unico biografo di «Azor» prima dei libri odierni (nemmeno le 1000 pag ine della Storia della Resistenza Reggiana ne parlano...): «Si sa che questa posizione dei cattolici interna alla Resistenza fu una lotta dura e spesso perdente. Nei libri di storia questo non è che raramente accennato o più spesso volutamente dimenticato, anche se è stato uno dei grossi rischi personali di molti cattolici inseriti nella Resistenza».





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21 febbraio 2005

Dr. Glauco Bertolini 16.01.05

La prima volta che se ne scrisse fu nell'agosto 1945. Ne scrissero su "La Penna", battagliero periodico emerso di fresco dalla macchia dov'era nato, i partigiani politicamente non allineati Giorgio Morelli  (...) e Eugenio Corezzola (...).
I due, in quell'agosto, ne scrissero perchè nel folto dei boschi tra Albinea e Vezzano era stato casualmente scoperto, appunto, il malsepolto cadavere del cattolico "Azor" (...), vicecomandante 25enne della 76a bigata Sap. ed era noto come personaggi della Resistenza che (...) non avevano amato i di lui orientamenti, nulla avessero dimostrato di fare per rintracciarlo dopo averlo dato per allontanatosi volontariamente dal giorno 21 dwl marzo precedente. Tanto noto, questo atteggiamento, che ai funerali - partecipati da tremila persone- si fecero sventolare soltanto tricolori, niente bandiere rosse. (...)
Si trattò di uno degli eventi che, allora, scosse molti nell'intimo. Ma sul perpetuarsi delle violenze persisteva una generale reticenza: colpevole da un lato, timorosa dall'altro. In effetti, l'intera vicenda Azor fu forse quella in cui si scavò meno. Fin da subito (...)
In qualche modo , comunque, si imbastì una vicenda giudiziaria che durò dal 1949 al 1954. Ma i processi di quel tipo, all'epoca, si sfilacciavano sino a sfociare nel nulla (...)
Veli colpevoli, esiguità del materiale disponibile per la ricerca, trascorrere del tempo, sembravano dunque aver reso sempre più densa la nebbia dell'oblìo. Che ora però viene squarciata, a sessant'anni di distanza, da un libro costruito attraverso il carteggio di famiglia, documenti indediti e interviste a testimoni sopravvissuti. (...)
  




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21 febbraio 2005

Sono intervenuti alla presentazione del 22.01.05

al tavolo:
On. Prof. Franco Boiardi
Prof. Corrado Corghi
Prof. Sandro Chesi
M.o Romolo Fioroni
interventi:
On. Otello Montanari
Geom. Fermo Carubbi ALPI
Giacomo Notari ANPI
Vanni Orlandini Istoreco
Prof. Aurelio Rovacchi
e altri




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21 febbraio 2005

Hanno privatamente scritto

card. Camillo Ruini
prof. Pietro Alberghi
geom. Fermo Carubbi
prof. Luigi Paganelli
prof. don Maurilio Guasco
dott. Renzo Martinelli
comm. Camillo Rossi
prof. Paolo Prodi
prof. Giorgio Campanini
 




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20 febbraio 2005

Prof. Corrado Corghi 10.01.05

Daniela Anna Simonazzi è autrice di un sereno libro che racconta di Azor, lo zio che non ha mai conosciuto. E' un ritorno al passato, a sessanta anni fa, anni che ho ben presente con le sue vicende eroiche e con episodi di oscura violenza che hanno infangato momenti della Resistenza. Non si può nascondere l'odio contro coloro che non intendevano accettare lo stalinismo all'interno della lotta resistenziale, e neppure le uccisioni compiute nell'ombra. Così fu assassinato Azor, così venne ferito gravemente il Solitario Giorgio Morelli con la morte ravvicinata ai suoi 21 anni.

I decenni di silenzi e di rituali celebrazioni non hanno permesso a troppi studiosi una libera storiografia sulla vicenda resistenziale per poter dividere il grano dalla gramigna e dare con più forza risalto ai giovani caduti senza confini di parte.

Ma di questa storiografia, accennata ora col libro della Simonazzi, ce n'è bisogno per non perpetuare nelle nuove generazioni non corrette conoscenze di un grande periodo storico.

E' certo che l'azione di Azor nella sua zona Sap non rispose alla linea politica comunista, ma non corrispose neppure nell'impegno di vice comandante della 76a brigata Sap, fedele come Azor era all'azione patriottica indipendente dai partiti e alla sua profonda fede cristiana. 




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